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DossierMostro di FirenzeBarbara Locci e Antonio Lo Bianco, il primo duplice omicidio della Calibro 22

Barbara Locci e Antonio Lo Bianco, il primo duplice omicidio della Calibro 22

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Quella notte del 21 Agosto 1968, diede il via al più incredibile e lungo fatto di cronaca nera, che vide per 17 anni una catena di omicidi del “Mostri di Firenze”, iniziati con il delitto di Barbara Locci e Antonio Lo Bianco

In una notte tra il 21 e il 22 agosto del 1968, vennero ritrovati senza vita, all’interno di una Alfa Romeo Giulietta bianca, i corpi di Barbara Locci e Antonio Lo Bianco.
Barbara Locci fu trovata seduta in modo composto sul sedile di guida, mentre il corpo di Antonio Lo Bianco si trovava sdraiato sul sedile passeggero che era completamente reclinato con del sangue sulla sua gamba sinistra che dai risultati degli accertamenti non apparteneva a nessuna delle due vittime.
I due amanti, che secondo le ricostruzioni erano intenti a stare in intimità,  furono raggiunti da otto colpi calibro 22. Vennero sparati rispettivamente quattro proiettili ciascuno. Barbara Locci venne colpita alla spalla sinistra in alto, al centro e alla base dell’emitorace, e tra la regione lombare e toracica, sul collo aveva anche una lieve abrasione causata dal violento strappo della catenina che le venne rubata, mentre Antonio Lo Bianco fu raggiunto da un colpo al braccio e all’avambraccio sinistro, e da due colpi alla cavità dell’emitorace sinistro.
Secondo il referto medico della donna, eseguito dal professor Montaldo, si arrivò a capire che i colpi furono sparati in modo veloce e in successione, poichè le zone colpite non erano ampiamente estese.
Quando i carabinieri giunsero sul luogo dell’omicidio di Barbara Locci e Antonio Lo Bianco, trovarono acceso l’indicatore di direzione dell’auto, il finestrino posteriore sinistro abbassato per metà e quello destro leggermente abbassato. Sul pavimento dell’auto venne ritrovata anche la borsa della donna, nel quale furono rinvenute 24 mila lire. Vennero trovati tre bossoli a un metro di distanza dalla fiancata sinistra dell’auto e altri due all’interno, ma non vi fu alcuna traccia di impronte digitali.
I colpi mortali vennero sparati tutti dalla stessa pistola ad una distanza di 40cm per la donna, e maggiore di 40cm per l’uomo.
Barbara Locci e Antonio Lo BiancoDopo i risultati autopici, si stabilì che il primo ad essere ucciso fu Antonio Lo Bianco, e Barbara Locci, che in quel momento si trovava sopra a Lo Bianco, si alzò per cercare di scappare, ma venne improvvisamente colpita anch’essa dagli spari provenienti dalla pistola dell’assassino prima di riuscire a fuggire dalla furia omicida.
Successivamente l’assassino rivestì i corpi di Barbara Locci e Antonio Lo Bianco, in particolar modo ordinò sul sedile in modo quasi perfetto la donna, tirandole su gli slip e coprendole le gambe con la veste che indossava quel giorno.
L’unico testimone e sopravvissuto dell’omicidio fu Natalino Mele, figlio di Barbara Locci, che quella sera si era addormentato in macchina dopo essere stato al cinema con le due vittime.
Natalino Mele, si svegliò quando l’assassinio di Barbara Locci e Antonio Lo Bianco era già stato portato al termine, e impaurito si recò verso le due di notte, presso un’abitazione distante circa 2km dal luogo del delitto, quella dei De Felice. Bussò il campanello e raccontò all’uomo che si affacciò dalla finestra di riaccompagnarlo a casa, poichè la madre e lo zio erano morti in macchina e che lui era riuscito ad arrivare alla prima abitazione che aveva trovato lungo il percorso fatto con solo i calzini ai piedi, senza scarpe, tanto che queste ultime vennero effettivamente ritrovare nell’auto.
Quando però il 24 agosto, si chiese al bambino di ripercorrere tutta la strada fatta nel giorno dell’omicidio di Barbara Locci e Antonio Lo Bianco, egli cedette e ammise di essere stato accompagnato dal padre fino al “ponticino” e che in realtà erano già insieme dal momento del risveglio in auto.
Stefano Mele, marito di Barbara, dopo la confessione del figlio, poteva essere stato il solo vero assassino, poichè l’unico uscito illeso dalla sparatoria fu proprio Natalino Mele, nonostante potesse essere un valido testimone oculare.
A peggiorare la situazione di Stefano Mele, potevano essere anche i calzini  che indossava il bambino che risultarono essere puliti, che dimostravano chiaramente che venne accompagnato all’abitazione di De Felice, che però sostennero che nel momento in cui il bimbo bussò alla porta, i calzini erano logori, strappati e sporchi.
Particolare attenzione inoltre venne data anche all’indicatore di posizione acceso, perchè un assassino avrebbe dovuto lasciare accesa quella luce intermittente che avrebbe potuto richiamare l’attenzione? Forse essendosi accorto della presenza del bambino, avrebbe voluto velocizzare la scoperta dell’auto?
Nei successivi interrogatori, Natalino Mele avrebbe poi cambiato la versione dei fatti, accennando alla presenza dello zio Piero Mucciarini, cognato di Stefano Mele. Piero doveva rimanere fuori dalle indagini ed è per questo che prima di tale confessione venne fatto al bambino “un lavaggio di cervello” su cosa accadde quella notte. In età adulta però Natalino Mele iniziò a dire di ricordare solo dell’incontro con De Felice e nient’altro.
In ogni caso Stefano Mele, che avrebbe sempre dichiarato di sospettare degli ex amanti della moglie, era considerato come unico responsabile del delitto di Barbara Locci e Antonio Lo Bianco, ma era stato dichiarato dopo una perizia psichiatrica seminfermo di mente e dunque non avrebbe mai potuto portare al termine un delitto così perfetto, nonostante la luce direzionale lasciata accesa.
Ma per la giustizia e per Pier Luigi Vigna, che seguì le indagini a partire dagli anni ’80, il colpevole di quell’omicidio rimase Stefano Mele, per altri invece l’autore del delitto fu Piero Mucciarini.

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