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Barbara Sellini e Nunzia Munizzi, il massacro di Ponticelli

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Un atroce delitto che è rimasto nella memoria di tutti, Barbara Sellini e Nunzia Munizzi vennero ritrovate senza vita e parzialmente carbonizzate il giorno dopo la loro scomparsa a Ponticelli

Il 3 luglio del 1983 vennero ritrovati due corpicini semicarbonizzati di due bambine, si trattava di Barbara Sellini di 7 anni, e di Nunzia Munizzi di 10 anni, scomparse la sera del sabato 2 luglio del 1983 dal piazzale in cui solitamente giocavano insieme nei pressi del Rione Incis, a Ponticelli.

Dopo quasi un giorno di indagini, Barbara Sellini e Nunzia Munizzi vennero ritrovate grazie ad alcune segnalazioni, sul terreno di un torrente in secca, legate insieme con una corda una sopra l’altra, con segni di sevizie e con accanto alcuni effetti personali, un barattolo di latta con un pò di benzina e degli stracci.

barbara sellini e nunzia munizziLe due bambine probabilmente conoscevano il loro assassino, ed è per questo che salirono in aiuto con quest’ultimo dato che il luogo del ritrovamento dei corpi era molto distante dal centro abitato.

Un nome al probabile assassino venne dato grazie alla testimonianza di una coetanea di Barbara Sellini e Nunzia MunizziSilvana Sasso, che confessò che le due vittime avevano un “appuntamento” la sera della scomparsa con un ragazzo, un fantomatico “Gino Tarzan” che poteva essere Corrado Enrico, ragazzo dalla corporatura robusta e proprietario di una Fiat 500 di colore scuro, proprio come aveva descritto Silvana. A quell’incontro insieme a Barbara Sellini e Nunzia Munizzi infatti, sarebbe dovuta andare anche Silvana che però scampò il pericolo poichè la nonna proprio quel giorno non le diede il permesso di uscire.

Corrado Enrico venne interrogato e lui stesso dichiarò: ““Da circa un paio d’anni sono avvezzo all’uso eccessivo di bevande alcoliche ed ogni volta che ne faccio uso crea in me una confusione mentale che mi porta a compiere atti abnormi (atti osceni nei luoghi dove io mi porto a bordo dell’auto nei confronti di persone di sesso femminile ed in particolare bambine)”.

Enrico era dunque solito compiere atti osceni su bambine e in un’altra deposizione infatti continuò a confessare: “…Una prima volta sotto i fumi dell’alcool portatomi sotto il ponte ho avvicinato una bambina che dopo averla afferrata l’ho baciata sulla guancia e, nel contempo estraevo il membro, masturbandomi. […] ricordo ancora che in un’altra circostanza e sempre nelle medesimi condizioni dopo aver raggiunto il sopramenzionato ponte ho tentato ma invano,  di adescare altri bambini per soddisfare le mie voglie sessuali…”.

Su Corrado Enrico però le indagini vennero eseguite in modo superficiale, tanto che egli riuscì a disfarsi della sua auto in uno scasso per cui quella Fiat 500 non venne mai esaminata. Anche il suo alibi non era di ferro, l’uomo disse di essere tornato a casa quella serva verso le 18.00, ma la moglie spostò l’orario tra le 20.30 e le 21.00, mentre Barbara Sellini e Nunzia Munizzi scomparvero intorno alle 19.00.

L’auto di Corrado Enrico aveva però un particolare che non sfuggì ad un’altra bambina, Antonella Mastrillo amica di Barbara Sellini e Nunzia Munizzi, ovvero un fanale rotto, che la stessa bimba disse di aver visto ad una macchina di colore scuro sul quale successivamente salirono le due piccole vittime la sera del 2 luglio 1983.

Antonella venne interrogata successivamente, per dare una nuova identità al solito fantomatico “Gino Tarzan”, e così venne fatto il nome di Vincenzo Esposito, che la bimba vide qualche giorno prima seduto su di una panchina del Rione Incis. Lo stesso Esposito venne visto da Ernesto Anzovino la sera del 1 luglio in compagnia di Barbara Sellini e Nunzia Munizzi.

L’uomo che tentò di costruirsi un alibi di ferro, confermò solo di aver visto una Fiat 500 di colore blu scuro aggirarsi nel rione.

Il 4 settembre 1983, dopo le dichiarazioni del fratello di Antonella Mastrillo vennero arrestati quattro ragazzi: Ciro Imperante, Giuseppe e Salvatore La Rocca e Luigi Schiavo. Salvatore La Rocca venne accusato solo di occultamento di cadavere. Aniello Schiavo e Andrea Formisano, vennero invece accusati di favoreggiamento.

A Carmine Mastrillo fratello di Antonella infatti, gli stessi ragazzi arrestati confessarono il terribile duplice omicidio commesso, ma in un primo momento Mastrillo disse di non saper nulla dell’accaduto tanto che rischiò di essere imputato per falsa testimonianza.

Dopo un periodo “di riflessione” in cella, Carmine Mastrillo decise quindi di dare una dettagliata versione dei fatti. I tre ragazzi arrestati avrebbero invitato a salire a bordo della Fiat 500 di La Rocca, Barbara Sellini e Nunzia Munizzi per poi abusare sessualmente di loro.

Alla reazione delle due bambine però i tre le avrebbero uccise e così entrò in gioco anche Salvatore La Rocca, che aiutò a bruciare i corpi delle vittime per cancellare le tracce dell’abominevole gesto compiuto.

Nella perizia autoptica però non si evinceva alcuna informazione che potesse supportare la violenza carnale, infatti non vennero trovate tracce di liquido seminale nei corpi di Barbara Sellini e Nunzia Munizzi.

Secondo la perizia inoltre vennero evidenziate numerose ferite da arma bianca inferte in maniera non omogenea. Sul corpicino di Barbara Sellini, nella zona non interessata alle ustioni, vennero trovate almeno 12 coltellate tra cui quelle fatali che colpirono la carotide, mentre sul corpo di Nunzia Munizzi le coltellate ne erano 19 e quella mortale fu quella data al cuore.

Tutti però si dichiararono innocenti, ma secondo l’accusa i ragazzi erano colpevoli e dovevano pagare.

Tutto si svolse nel giro di un’ora e la macchina utilizzata per i vari spostamenti su una 127 di colore beige, tanto che alle 20.30 dello stesso giorno, dopo aver abusato e ucciso Barbara Sellini e Nunzia Munizzi, i giovani si incontrarono con il supertestimone Mastrillo in una discoteca, l’ Eco Club di Volla.

Nella 127 venne però ritrovato un fazzoletto con delle macchie di sangue che secondo Giuseppe La Rocca appartenevano a lui stesso perchè dopo una piccola ferita al piede si pulì utilizzando quel fazzoletto. Quest’ultimo venne esaminato e il sangue che venne ritrovato sopra risultò essere di gruppo A, lo stesso gruppo sanguigno di Barbara ma anche di La Rocca. Nella sentenza si diede molta attenzione a questo partcolare, ma era impossibile che il sangue potesse appartenere a Barbara poichè la traccia ematica era giusto una piccola goccia.

Durante il primo processo del 1986, la Prima Sezione della Corte di Assise di Napoli, condannò Giuseppe La Rocca, Schiavo e Imperante all’ergastolo, mentre Salvatore La Rocca venne condannato a soli 5 anni.

I tre giovani condannati per l’omicidio di Barbara Sellini e Nunzia Munizzi, chiesero una richiesta di revisione che venne però sempre rifiutata.

Nel 2012 dopo aver scontato 27 anni di carcere, le richieste di revisione del processo sono continuate per poter arrivare alle identificazioni di nuovi alibi e nuove prove in grado di mettere in discussione la loro condanna, la Corte d’Appello di Roma ha accolto la richiesta di revisione, ma ormai i giovani sono stati etichettati come i “Mostri di Ponticelli”.

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