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NewsBernardo Provenzano, chiesta la revoca del carcere duro
Bernardo Provenzano

Bernardo Provenzano, chiesta la revoca del carcere duro

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Il super-boss gravemente malato, i legali chiedono la revoca del 41-bis

Le condizioni di salute dell'(ex) famoso boss di Cosa Nostra Bernardo Provenzano sarebbero decisamente peggiorate rispetto a quelle, già molto evidenti, che sono state mostrate da Servizio Pubblico oltre un anno fa .Bernardo Provenzano

A denunciare il grave stato di salute dell’ex-boss è il figlio Angelo, che scrive un diario nel quale documenta lo stato di detenzione del padre:

“Sono abituato a fare ”visite” (non colloqui, perché non interagisce dal gennaio 2013) separato dal letto, con un banco di scuola, ma non posso toccarlo. A Milano (S. Paolo) non c’è il banco fra me ed il letto, come all’ospedale di Parma: c’è il vetro del 41 bis.
Ti viene detto che, per portarlo lì, devono staccare la spina del materasso antidecubito: al mio buon cuore far durare la visita mensile anche meno dell’ora prevista.”

Le condizioni di salute dell’ex boss sono ancora al centro di un’udienza del Tribunale di Sorveglianza di Roma, competente su tutto il territorio nazionale in merito alle istanze di revoca del carcere duro, del 20 giugno scorso: nessuna revoca del carcere, nè del regime di 41-bis, per l’ex boss.

Ma le istanze dei legali vanno avanti: Rosalba Di Gregorio e Maria Brucale hanno infatti reiterato la richiesta di revoca del 41-bis per Provenzano, consapevoli che la richiesta di scarcerazione non avrebbe avuto alcuna possibilità di esito positivo.

Il Tribunale di Sorveglianza si è riservato di decidere. Attualmente, l’ex boss di Cosa Nostra è detenuto col regime del 41 bis nella struttura ospedaliera “San Paolo” di Milano dopo un lungo periodo trascorso nella Casa Circondariale di Parma.

Il racconto del figlio Angelo Provenzano descrive un uomo vecchio, malato, incapace di interagire con l’ambiente che lo circonda e la cui sopravvivenza è strettamente dipendente  dai macchinari:

“Entrano con lui due guardie del GOM: una a lato del letto, l’altra gli regge la cornetta del citofono.
Lo chiamo tante volte, ma non riesco neppure ad attrarre il suo sguardo, perché guarda il soffitto.
Io sono osservato e sento, dopo un quarto d’ora di sforzi e di pugni battuti sul vetro (nel tentativo vano di farmi guardare) di essere ormai arrivato.
Interrompo il colloquio, dico che va bene così. Rientrano gli infermieri e lo portano via.
Poi le guardie mi ”liberano”, mi aprono la porta. […] la diagnosi e la prognosi non cambiano.
Se lo portiamo fuori dall’ospedale può vivere 48 ore… Grazie. Abbiamo parlato di un essere ”vivente” solo per tubi, macchine e terapie.”

 

 

 

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