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Michele Buoninconti

Caso Elena Ceste: spunta un documento che scagiona Michele Buoninconti

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Ritorniamo a palare del caso Elena Ceste dopo la pubblicazione della super perizia della Dott.ssa Ursula Franco che sembra scagionare Michele Buoninconti dall’accusa di omicidio.

Michele BuonincontiNel documento vengono ricostruiti tutti i movimenti dell’uomo nella mattina del 24 gennaio 2014. Intorno alle 8:10 del mattino ha accompagnato i figli a scuola utilizzando l’auto della moglie. Successivamente è andato in Comune per chiedere delle delucidazioni in merito alla rata IMU da pagare. Alle 8:37 è stato ripreso dalle telecamere di una farmacia e poi è andato a controllare gli orari di visita presso lo studio del medico di famiglia. Circa 10 minuti dopo è tornato a casa prestando attenzione alla fitta coltre di nebbia che aveva avvolto Costignole d’Asti.

Appena giunto nel cortile ha notato qualcosa di strano e trovato il maglione e le ciabatte indossate dalla moglie Elena Ceste. L’ha cercata invano sia fuori che dentro l’abitazione, rinvenendo il suo cellulare solo alle 10:00 sulla credenza, lasciato lì come d’abitudine. Tuttavia dopo i primi momenti di panico, Buoninconti ha raggiunto i vicini chiedendo informazioni su Elena avvertendoli del suo arrivo telefonicamente. La prima ad essere contatata è stata Marilena Ceste alle 8:55, in seguito i Rava alle 08:57. Questi pochi minuti sono dei tempi incompatibili con quelli ipoteizzati dall’accusa e inferiori a 4 necessari per denudare il cadavere e occultarlo. Inoltre uno dei vicini, Aldo Rava non ha mai risposto a telefono a causa di un problema all’udito e alle intorno alle 9 Buoninconti ha suonato a casa loro (circostanza verificata anche dalla figlia dei coniugi Rava informata sui fatti). Marilena Ceste invece ha raccontato che dopo aver ricevuto la telefonata di Michele ha preparato il caffè e dopo si è portata alla finestra dove ha visto l’uomo parlare con i vicini. Il cellulare di Buoninconti ha agganciato la cella di casa nei minuti successivi in cui ha fatto altri giri di perlustrazione.

Subito dopo reca a Govone, da Oreste Ceste e durante il tragitto gli telefona perché inizia ad essere molto preoccupato e percorre delle strade che anche una persona in stato confusionale come Eelena poteva facilmente riconoscere. La ricostruzione della Dott.ssa Franco è precisa e dettagliata e, secondo la sua perizia Michele non avrebbe mai potuto trasportare il cadavere di Elena Ceste nel luogo in cui è stato ritrovato e quindi non è lui l’autore dell’omicidio considerato il fatto che aveva tutta la volontà di ritrovare quanto prima la moglie.

Dal punto di vista strettamente criminologico, un soggetto che ha compiuto un enorme sforzo fisico per uccidere la vittima per asfissia e per caricare il corpo in macchina, non può perdere tempo a telefonare ai vicini e dirigersi presso le loro abitazioni trasportando un cadavere, con la probabilità di aumentare i sospetti a suo carico.

Dopo essere stato a Govone, Buoninconti è tornato a casa per telefonare alla familia Terzuolo. Erano le 9:22 e 8 minuti dopo ha chiesto aiuto a Marilena Ceste per cercare Elena. Mentre era in viaggio verso Motta, telefona al padre della donna e ha un crollo psicologico. Alle 9:48 Michele fa un’altra telefonata, ma questa volta alla sorella, Daniela Ceste. Un testimone ha riferito che l’ha visto aprire il cofano della sua macchina per controllare il suo interno. Alle 10:30, temendo il peggio, chiama il 118 e infine si reca dai carabinieri.

Nella superperizia si legge ancora che ha collaborato attivamente alle ricerche, un fatto che non si verifica quasi mai nei soggetti che hanno compiuto un omicidio. Anche le richieste d’aiuto immediate sono un segnale di non colpevolezza e mostrano tutta la volontà di trovare Elena Ceste che in 1 ora e 45 minuti dalla scomparsa poteva essere in pericolo perché nuda, scalza e senza occhiali da vista.

La mattina del 24 gennaio 2014 Elena Ceste è fuggita dalla sua abitazione intorno alle 8:15 in preda ad una crisi con allucinazioni uditive e deliri di persecuzione. L’allontanamento volontario è giustificato dal fatto che il luogo dove è stata ritrovata è poco distante da casa.

Michele Buoninconti ha raccontato che Elena Ceste aveva manifestato alcuni strani sintomi nel pomeriggio precedente e che si erano aggravati durante la notte. In particolare la donna era seduta a terra e piangeva convinta che ci fosse qualcuno che le inviava messaggi sul cellulare senza darle pace. Il mittente era un amico comune e dal testo si capiva che erano innocui. Durante la notte Elena sente alcune voci che tenta di scacciare con dei colpi sulla fronte, tanto da causare un arrossamento. Il racconto del marito è avvalorato dal fatto che questa è una reazione tipica dei soggetti che hanno allucinazioni uditive.

Elena Ceste quella mattina ha chiesto al marito di non portare i figli a scuola perché ancora vittima del delirio persecutorio e di quelle voci che le dicevano che non era una buona madre. I sintomi psicotici si sono aggravati in meno di 24 ore, ma già nel mese di ottobre, la donna aveva confidato a Fiorenza Rava, al parroco e all’amico Giandomenico Altamura di temere di aver assunto dei comportamenti sbagliati, tradendo il marito e di essere ormai finita sulla bocca di tutti. Buoninconti era all’oscuro di queste confidenze e nella sua deposizione aggiunge che non si era mai accorto del disagio e delle angosce che affliggevano la moglie.

La psicosi è una patologia psichiatrica che si manifesta con sintomi differenti in ogni soggetti, viene comunemente definita “esaurimento nervoso” e può colpire entrambi i sessi. Se le crisi non si risolvono in maniera spontanea è ncessaria una terapia farmacologica. I sintomi possono essere di due tipi: negativi e positivi. Nel primo caso vi sono alterazioni del flusso di pensieri, deliri, allucinazioni, nel secondo invece isolamento, autismo e catatonia. L’esordio varia anche se prima della crisi si possono manifestare dei cambiamenti d’umore difficilmente riconoscibili. Elena Ceste qualche mese prima aveva manifestato i primi segnali del suo disagio causati dal conflitto tra desideri e doveri morali nei confronti della sua famiglia. Il “trigger” che ha scatenato la crisi psicotica sono stati proprio i messaggi. Al giornalista di Chi l’ha Visto Michele ha parlato del contenuto: «Ti voglio bene, perché non mi chia.. Perché non mi rispondi al telefono?». E ancora: «Perché non rispondi, se mi hai cercato tu? E’ perché ti senti sola ed hai bisogno di parlare».

Sempre nei racconti fatti alla trasmissione televisiva Buoninconti fornisce nuovi dettagli sulla crisi psicotica nottura di Elena Ceste che era seduta sul letto tormentata dalle solite voci. L’amica Fiorenza Rava però si era accorta che c’era qualcosa che non andava due giorni prima, quando si era recata a casa loro per acquistare le uova, notando una strana espressione sul volto di Elena, stranamente schiva e riservata. Elena Ceste era tormentata ed era convinta che anche il marito fosse a conoscenza del suo tradimento, in realtà le persone a cui lo confidava non avevano mai sospettato niente.

Michele Buoninconti è vittima di un errore giudiziario?

Su L’Osservatore d’Italia, abbiamo trovato un’interessante riflessione di Domenico Leccese, amministratore del gruppo Facebook #chilhavisto. Per Leccese, il consulente della difesa ha prodotto una perizia con cui si intende che Michele Buoninconti è stato vittima di un errore giudiziario. Studiando in maniera approfondita la tempistica la conclusione a cui possiamo giungere è che non è possibile uccidere, denudare, occultare, e trasportare un cadavere in 4 minuti. Anche le numerose telefonate fatte dall’uomo non sono il comportamento tipico di un omicida, per la casistica infatti i colpevoli non allertano tempestivamente i soccorsi, e l’immediatezza è “indice statistico” di innocenza. Elena Ceste inoltre temeva che qualcuno la volesse allontanare dai figli e, in preda ad una crisi delirante, si è nascosta sulle rive del Rio Mersa perché convinta di essere al sicuro. Alcuni sintomi erano stati manifestati già nel pomeriggio precedente il giorno della sua morte. La descrizione è così dettagliata e simile ai casi clinici che non è possibile che sia frutto dell’immaginazione del presunto omicida.

Quando i soggetti psicotici perdono il contatto con la realtà si denudano, un soggetto intenzionato ad uccidere sa benissimo che non avrebbe impedito il riconoscimento della vittima, e che avrebbe corso il rischio di essere visto da qualcuno. Inoltre la casa era nello stato in cui l’aveva lasciata Michele Buoninconti, con le tazze da lavare e i letti da rifare, avvalorando l’ipotesi dell’allontanamento volontario.

Per quanto riguarda alcune contraddizioni nei racconti forniti agli inquirenti, e in particolare al punto esatto in cui ha ritrovato gli indumenti e l’orario delle telefonate, sono sicuramente ascrivibili allo stress e alla stanchezza per non aver chiuso occhio durante la notte. Anche il movente appare poco chiaro visto che Michele non sapeva dei tradimenti e non era geloso dei messaggi inviati da Damiano Silipo perché non ipotizzava l’esistenza di una relazione, ma solo di un’infatuazione.
Altro punto che fa pensare ad un errore giudiziario: le ricerche con i cani. Innanzitutto la scena del ritrovamento è stata contaminata dalla presenza di molti soggetti e dalle particolari condizioni climatiche. L’oggetto fatto annusare ai cani poteva contenere degli odori simili per la vittima e per Buoninconti, dunque è passibile di errore visto che ha condotto gli investigatori in direzione opposta. I cani hanno seguito una traccia minima che non era “fresca” e non perché la donna fosse stata chiusa nel cofano dell’auto ma perché il percorso era stato fatto due giorni prima (il 22 gennaio n.d.r). Per Leccese inoltre «la riprova sono gli errori fatti dai cani durante le ricerche di Tommaso Onofri, Yara Gambirasio, Christiane Seganfreddo, Eleonora Gizzi, Melania Rea e Laura Winkler».

Dall’autopsia non sono emersi particolari risultati per giungere a conclusioni scientifiche valide per stabilire la causa del decesso. Tuttavia l’assenza di ferite e di lesioni sul corpo della donna, i risultati negativi sull’auto dell’uomo, le condizioni psichiche alterate e la mancanza di una causa specifica dimostrano che Buoninconti è innocente e che Elena Ceste ha raggiunto da sola il luogo dove trovò la morte per assideramento e dove venne ritrovata “per caso” 9 mesi dopo la sua scomparsa.

2 commenti

  • Domenico Leccese:

    #CasoElenaCeste
    ELENA CESTE: MICHELE BUONINCONTI VITTIMA DI UN ERRORE GIUDIZIARIO?

    Proviamo a sintetizzare la perizia della Dott.ssa Ursula Franco, medico chirurgo e criminologo, consulente della difesa di Michele Buoninconti
    di Domenico Leccese amministratore Gruppo Facebook #chilhavisto

    Proviamo a sintetizzare la perizia della Dott.ssa Ursula Franco, medico chirurgo e criminologo, consulente della difesa di Michele Buoninconti.

    La Tempistica – Michele Buoninconti la mattina del #24gennaio2014 lasciò la casa dei vicini di nome Rava intorno alle 8.58 come risulta dallo studio incrociato della perizia della Procura sulle celle telefoniche e delle testimonianze del signor Aldo Rava, sua moglie e sua figlia e della signora Marilena Ceste e tornò in quell’area alle 9.01.48, meno di 4 minuti dopo. L’accusa sostiene che in quel frangente Buoninconti trasportò, denudò ed occultò la moglie nel Rio Mersa. Sempre secondo la Procura il percorso da casa Buoninconti al Rio Mersa è percorribile in 2 minuti e 30 secondi e per il ritorno, passando dalla discoteca, in circa 1 minuto e 30 secondi ed ai 4 minuti di percorso necessari per andare e tornare vanno aggiunti i minuti necessari a denudare ed occultare un corpo. Uno studio approfondito della tempistica porta quindi a concludere che evidentemente in meno di 4 minuti l’indagato non solo non ebbe il tempo di occultare un cadavere, né tantomeno di denudarlo ed occultarlo ma neanche di andare e tornare dal luogo dove venne ritrovato il corpo della moglie.

    Riguardo alle telefonate ai vicini dopo il presunto omicidio la criminologa sostiene che:
    Da un punto di vista criminologico appare d’altronde alquanto illogico che un soggetto, subito dopo aver commesso un faticoso omicidio per asfissia, dopo aver messo il corpo della vittima in auto con notevole sforzo fisico (il tutto in pochissimi minuti) e soprattutto prima di averlo occultato, perda tempo al telefono con i vicini di casa o si diriga da loro con il cadavere in auto, dirottando la loro attenzione su di sé ed aumentando il rischio di essere visto durante l’occultamento, in specie in una zona così vicina alla sua abitazione.
    Il comportamento di Michele rispetto alla serie di telefonate ricalca piuttosto il comportamento di un soggetto preoccupato che cerca un familiare e non quello di un omicida che sta per occultare un cadavere.
    La casistica ci dice che caratteristica comune a molti colpevoli è il ritardo con cui gli stessi allertano i soccorsi, un omicida avvisa della scomparsa della propria vittima solo quando si vede costretto a farlo.
    L’immediatezza invece con cui Michele allertò i vicini è un indice statistico di innocenza.
    Se Michele avesse ucciso Elena al suo ritorno dal paese, come contestatogli dall’accusa, prima di dare l’allarme, egli avrebbe potuto prendersi tutto il tempo possibile, almeno fino al ritorno dei bambini dalla scuola.

    La condizione psichica della Ceste:
    La Ceste la mattina del 24 gennaio 2014 si allontanò da casa, poco dopo le 8.15, in preda ad una crisi psicotica caratterizzata da allucinazioni uditive e da un delirio persecutorio. Elena era in preda ad un delirio persecutorio e si nascose ai suoi ‘persecutori’ proprio dove sono stati ritrovati i suoi resti.
    La Ceste, la notte precedente la scomparsa, riferì a Michele di temere che la portassero via, ella quella mattina prese delle misure preventive nei confronti di coloro che avrebbero voluto, a suo avviso, portarla via di casa, cercò di impedire ai suoi persecutori immaginari di compiere ciò che credeva le avrebbero fatto ed a tal scopo si nascose nel Rio Mersa.
    La Ceste non desiderava morire, solo nascondersi. Il suo allontanamento non fu altro che una risposta comportamentale al suo convincimento delirante.
    I suoi sintomi, ovvero un delirio persecutorio lucido, senza alterazioni dello stato di coscienza, presente già dal pomeriggio del 23 gennaio, le allucinazioni uditive, il battersi sulla fronte per scacciarle, associati al denudamento che seguì e che precedette l’allontanamento della donna da casa, ci permettono di ricostruire un quadro psicotico certo, che il signor Buoninconti non può essersi inventato. Ciò che scatenò la crisi della Ceste, furono i numerosi messaggi ricevuti da Damiano Silipo il giorno 20 gennaio, che la donna visse in modo persecutorio, attribuendo agli stessi un significato abnorme.

    Il denudamento:
    Elena poco prima di allontanarsi da casa si spogliò volontariamente, il denudamento, come abbiamo già visto, rientra semplicemente tra le anomalie del comportamento messe in atto dai soggetti psicotici a causa della perdita del contatto con la realtà e della compromissione della capacità critica. Spogliare Elena dei pochi abiti che indossava da parte di un omicida non avrebbe impedito il suo riconoscimento, né tantomeno avrebbe favorito i fenomeni cadaverici, ma li avrebbe al contrario rallentati, in quanto le temperature esterne erano molto basse quella mattina.
    Nessuno, non solo Michele Buoninconti avrebbe avuto un buon motivo per denudare Elena dopo averla uccisa, perdendo, tra l’altro, tempo prezioso ed esponendosi ad un maggior rischio di essere visto.

    Le tazze da lavare ed i letti da rifare:
    Il fatto che la casa, al ritorno di Michele, fosse ancora in disordine avvalora l’ipotesi dell’allontanamento volontario della Ceste, di poco posteriore alla partenza del marito e dei figli, cui seguì la morte.

    Michele riferisce di aver cercato nei pressi del luogo del ritrovamento:
    E’ naturale che solo dopo il ritrovamento Buoninconti abbia però affermato in modo più dettagliato di essere stato nelle immediate vicinanze del sito del ritrovamento, per la sorpresa che ebbe nel sapere che la donna era stata ritrovata in un luogo dove lui era stato a cercarla senza trovarla.
    Egli è torturato dal pensiero di essere stato vicino a trovare la moglie quella mattina, ma di non averla vista e non esiste altra spiegazione logica, non vi è altra ragione per cui egli racconti di essere stato in quel luogo, se non il rimpianto di non averla trovata, un rimpianto che non gli dà pace ed assume le vesti di una auto ’accusa’. Michele non ha mai avuto motivo di giustificare a nessuno la sua presenza nei pressi di quel luogo, come invece sostiene la procura, in quanto nessun testimone ha mai dichiarato di averlo visto lì. Il fatto che egli conoscesse lo stato del Rio Mersa in quel periodo, ovvero che vi fossero solo pochi centimetri d’acqua, non prova assolutamente che egli avesse raggiunto il canale in quel punto, ma piuttosto che ne fosse a conoscenza per aver visto il letto di quel canale in un’altra zona, ad esempio a pochi metri da casa sua dove il canale era visibile in quanto privo di incolta vegetazione.

    Le contraddizioni nel racconto dell’indagato:
    L’indagato nelle prime ore dalla scomparsa di sua moglie si trovava in uno stato di severa agitazione e quelle che appaiono sospette incongruenze nel suo racconto sono ascrivibili al suo stato di alterazione dovuto alle sue preoccupazioni, non solo, egli era anche esausto per aver passato una notte insonne a causa dei disturbi di Elena.
    La condizione di stress dell’indagato dovuta agli accadimenti di quella mattina produsse nello stesso un disturbo del processo di memorizzazione di comune osservazione, ovvero il blocco della memorizzazione a lungo termine per cui i suoi ricordi di quei momenti, fissati inizialmente nella memoria a breve termine, a causa del suo stato d’animo, non si impressero in quella a lungo termine. Per tale ragione egli ha fornito versioni diverse riguardo al ritrovamento degli abiti e degli occhiali di Elena in cortile, non si è ricordato l’esatta sequenza di alcuni fatti e delle telefonate, né se Marilena Ceste fosse stata a casa sua quella mattina. Egli, solo in seguito, con l’aiuto dei testimoni, è riuscito a ricollocare la maggior parte degli accadimenti di quella mattina nell’esatto ordine temporale.

    L’assenza di un possibile movente:
    Nel corso delle indagini, non è emerso alcun dato significativo che faccia ritenere che Michele avesse scoperto che Elena lo tradiva, né che la donna intendesse separarsi da lui. Michele non era geloso di Damiano Silipo ed aveva buoni rapporti con lui, ce lo dimostra il fatto che il 19 gennaio, domenica, promise un coniglio in regalo a Damiano e glielo fece consegnare proprio da Elena il giorno dopo. Buoninconti, nonostante ipotizzasse un coinvolgimento di Silipo, non sospettava assolutamente che i due avessero una relazione ma piuttosto che Damiano si fosse infatuato di Elena e che fosse solo la causa scatenante del suo delirio ed allontanamento, per i suoi insistenti tentativi di contattarla telefonicamente, nonostante egli personalmente non avesse dato alcun peso e valore ai suoi messaggi. Michele ha realizzato che Elena poteva averlo tradito solo dopo la sua scomparsa, quando si è confrontato con gli inquirenti ed i giornalisti.

    Il fallimento delle ricerche con i cani:
    Le ricerche con i cani non danno risultati affidabili per molteplici ragioni, le condizioni climatiche; la contaminazione della scena per l’accorrere di molti soggetti; la scelta dell’oggetto o dell’indumento appartenente allo scomparso che può trattenere residui del profumo dei saponi da bucato; l’invecchiamento della traccia; l’interpretazione delle indicazioni del cane che spetta all’uomo ed è quindi passibile di errore.
    La riprova sono gli errori fatti dai cani durante le ricerche di Tommaso Onofri, Yara Gambirasio, Christiane Seganfreddo, Eleonora Gizzi, Melania Rea e Laura Winkler.
    Nel nostro caso, i cani utilizzati durante le ricerche della Ceste seguirono una traccia olfattiva che conduceva in direzione esattamente opposta a quella dove si trovava il corpo della donna. Secondo i soccorritori quella seguita dai cani poteva essere una ‘traccia di tipo rituale’, ovvero una traccia lasciata dalla Ceste lungo un percorso che la donna aveva fatto in precedenza abitualmente e sempre secondo loro, se ci fosse stata una traccia fresca in direzione opposta a quella fiutata, i cani l’avrebbero seguita. Alla luce degli insuccessi nazionali tale affermazione non sembra reggere, né tale fallimento può essere giustificato sostenendo che i cani non percepirono una traccia fresca perché la Ceste sarebbe stata chiusa nel baule dell’auto durante il percorso da casa al luogo in cui furono ritrovati i suoi resti, lasciando quindi una ‘traccia minima’. A parte il fatto che Elena si diresse a piedi in quel luogo, sappiamo che la donna aveva fatto in precedenza, il giorno 22 gennaio, il percorso fiutato dai cani, opposto a quello di quella mattina e lo aveva fatto sempre a bordo dell’auto ed essendo inverno, di sicuro aveva guidato con i finestrini chiusi, in una condizione evidentemente di ‘traccia minima’, come nel caso fosse stata chiusa nel baule di un’auto, appare quindi improbabile che i cani abbiano fiutato una traccia vecchia piuttosto di una nuova, non resta che concludere che per un qualche motivo i risultati di tali ricerche condussero anche questa volta ad un falso positivo.
    In conclusione, vista la casistica, di cui ho citato solo alcuni esempi, che hanno visto l’utilizzo dei gruppi cinofili per le ricerche, non appare sospetto nel nostro caso, ma piuttosto nella norma, che le ricerche con i cani abbiano dato esiti infruttuosi e che Elena sia stata ritrovata ‘per caso’ nella prima zona battuta dalla protezione civile, ben 9 mesi dopo la sua scomparsa.

    Buoninconti è innocente oltre ogni ragionevole dubbio:
    In conclusione, le risultanze autoptiche sul cadavere della Ceste che non hanno consentito di pervenire a conclusioni scientificamente sostenibili in merito alle cause del decesso, escludendo altresì la maggior parte delle comuni cause di morte violenta per l’assenza di lesioni di natura traumatica e di ferite sulle parti molli superstiti delle regioni antero laterali del torace e dell’addome; l’assenza di lesioni riferibili ad una colluttazione sull’indagato; le risultanze negative delle analisi dei RIS sull’auto dell’indagato; l’assenza di una specifica causale di una supposta azione criminosa; le condizioni psichiche della donna nelle ore e nei mesi precedenti la sua scomparsa; la dimostrata impossibilità da parte di Buoninconti di condurre il corpo della moglie, denudarlo, occultarlo dove sono stati ritrovati i suoi resti e tornare verso casa, in meno di 4 minuti; conducono a ritenere che l’unica ipotesi logica e plausibile che spieghi gli accadimenti di quella mattina sia quella dell’allontanamento volontario della Ceste, poco dopo le 8.15 del 24 gennaio 2014, in uno stato di alterazione psichica causato da una crisi psicotica acuta cui seguì la morte.

    Elena Ceste si recò deliberatamente là dove sono stati ritrovati i suoi resti, dopo essersi aperta un varco tra la fitta vegetazione, si nascose nel letto del Rio Mersa, in pochi minuti si assopì per il freddo e morì per assideramento.
    #sapevatelo2015 mimmoleccesefreelance@

  • Domenico Leccese:

    GRAZIE a Flavia Montanaro per la News e la citazione

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