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Caso Lidia Macchi: riesumazione del corpo, i vetrini con il dna dell’aggressore furono distrutti

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L’omicidio di Lidia Macchi sebbene datato 7 gennaio 1987 torna sulle pagine di cronaca perchè un presunto colpevole è stato finalmente arrestato dopo 29 anni di strazio e domande irrisolte che hanno tormentato la famiglia della ventenne violentata e uccisa in provincia di Varese.

lidia macchi - delitti.netMa nonostante la svolta decisiva per questo difficile caso che si trascina da anni, gli inquirenti che sono a un passo dal punire il colpevole, sono stati privati di prove importantissime. Prove distrutte nel 2000 per ordine del gip che fu il primo a seguire la vicenda,  con un’ordinanza datata 31 ottobre di 16 anni fa, e che voleva i locali (dove vengono custoditi i reperti più significativi dei crimini) sgomberati e ripuliti per esubero di materiale.

Ora per poter proseguire e affermare con certezza che il sospettato Stefano Binda, ex compagno di liceo di Lidia sia il colpevole, non resta che riesumare il corpo della vittima; un nuovo strazio per la famiglia, un dolore mai sopito, rinnovato e amplificato.

In nome di questo immenso dolore, con grande dignità e pacatezza Paola Macchi, la madre di Lidia,  attraverso il legale Daniele Pizzi, ha dato voce a un appello rivolto proprio a Stefano Binda, l’accusato: “Risparmiaci il dolore di una riesumazione. Per favore, risparmiaci questa prova di straordinaria durezza. Se sei stato tu, confessa. Se sei stato tu parla”.   Il legale di famiglia Pizzi ha aggiunto: “Non c’è livore alcuno nei confronti di Binda Nessun giustizialismo. Accetteremo la sentenza al termine di un processo. C’è piena fiducia nell’operato della magistratura”.

Ma in cosa consistevano i reperti andati distrutti 16 anni fa?  Nell’ufficio corpi di reato del tribunale di Varese erano custoditi insieme agli abiti della ragazza anche due vetrini contenenti il Dna dell’assassino che quella sera violentò Lidia e poi la uccise con un numero incredibile di coltellate: circa 29/30.  Il mostro lasciò sul corpo della poveretta una grande quantità di liquido seminale e sangue; che furono raccolti dagli agenti;  una prova schiacciante rimasta lì per anni e distrutta per fare pulizia e  spazio a reperti più recenti.

Nell’ordinanza di 29 pagine del gip Anna Giorgetti, che ha portato all’arresto di Binda si legge: “L’aggressore lasciò un’abbondante quantità di sperma dopo l’abuso. Sperma che fu raccolto con una bacchetta di vetro, (dettagli basati sui referti autoptici del 1987) e posizionato su due vetrini. Oggi, dopo 29 anni, c’è un arresto per l’omicidio di Lidia Macchi, con quei due vetrini a disposizione sapremmo finalmente la verità.”

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