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Cold CaseNewsCaso Lidia Macchi: a trent’anni di distanza dalla morte della 20enne, arrestato il colpevole
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Caso Lidia Macchi: a trent’anni di distanza dalla morte della 20enne, arrestato il colpevole

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Caso Lidia Macchi: ovvero trent’anni di mistero, di domande senza risposta e di strazio per i genitori della ventenne uccisa con 29 coltellate a Varese, genitori distrutti dal dolore che hanno continuato a chiedere che si scoprisse la verità.

Lidia Macchi venne massacrata con 29 coltellate  in un bosco alla periferia di Cittiglio, nei pressi di Varese, su un’altura chiamata Sass Pinì, a poche centinaia di metri dall’ospedale dove due giorni prima, cioè il 5 gennaio, la ragazza aveva fatto visita a un’amica ricoverata. Il 7 gennaio del 1987 Lidia era morta. La giovane  il 28 febbraio avrebbe compiuto 21 anni,  era una brava ragazza, una studentessa di legge alla Statale di Milano e capo guida scout nella sua parrocchia di Varese; una giovane donna piena di progetti e gioia di vivere,  invece un mostro la strappò ferocemente alla vita e alla sua famiglia.

Per due giorni interi senza sosta, le forze dell’ordine, amici, parenti, compagni di scuola e conoscenti cercarono Lidia ovunque, finchè la ritrovarono in quel bosco, accanto alla sua Panda color carta da zucchero, con il corpo trafitto da varie coltellate che poi risultarono essere circa una trentina.

Per quell’omicidio fu indagato un presunto serial killer, Giuseppe Piccolomo, un imbianchino all’epoca 64enne; già condannato all’ergastolo per il “delitto delle mani mozzate” del 2009, l’uomo aveva ucciso in quell’anno un’anziana donna e gli aveva poi tagliato le mani, inoltre era stato  indagato anche per l’omicidio della moglie avvenuto 2003; dopo circa un anno però il caso venne archiviato.

Fu indagato anche un religioso: don Antonio Costabile, responsabile del gruppo
scout frequentato da Lidia, ma anche su di lui le indagini non portarono a nulla e il caso rimase latente per anni; reso difficile in seguito anche per via della distruzione di reperti, disposta nel 2000 dall’ordinanza di un gip; quantitativo di reperti compresi fra gli anni 1971 e 1987 di cui l’ufficio traboccava e dei quali facevano parte anche tutti quelli raccolti sulla scena dell’omicidio di Lidia. Il caso venne riaperto nel 2013, ma ancora senza esiti per la giustizia tanto attesa dalla famiglia dei Macchi.

Oggi finalmente, dopo ben trent’anni è stato arrestato un uomo che pare essere davvero il killer che uccise barbaramente Lidia in quel bosco: il suo nome è Stefano Binda oggi 47enne, e all’epoca dei fatti compagno di liceo della vittima. Le indagini, malgrado tutto, portate avanti in questi anni hanno fatto riemergere un dettaglio importantissimo: il giorno in cui si svolsero i funerali di Lidia Macchi, Stefano Binda inviò a casa Macchi una lettera anonima intitolata “In morte di un’amica”; una lettera inquietante che conteneva chiari riferimenti a particolari dell’uccisione della giovane.

La svolta è arrivata grazie a una donna che aveva ricevuto in passato lettere da parte di Binda e avrebbe riconosciuto lo stile e la calligrafia, confrontando la scrittura durante una trasmissione televisiva che mostrava la lettera scritta all’epoca in relazione all’omicidio di Lidia Macchi, e questa coincideva per stile e forma con quelle che le erano state recapitate. L’inchiesta è stata presa in carico due anni fa dalla procura generale di Milano, e oggi finalmente giustizia è fatta.

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