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Delitto di Pordenone: Rosaria ha confidato ad un’amica di aver istigato Giosuè Ruotolo

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Rosaria Patrone, parlando con una sua amica avrebbe detto: «Temo di averlo istigato ad uccidere». La ragazza ha raccontato tutto ai carabinieri, ma a quanto pare tutti sapevano che Giosuè Ruotolo odiava Trifone, anche i coinquilini che l’hanno sempre coperto e hanno iniziato a collaborare troppo tardi.

giosuè ruotolo_rosaria patroneCon l’arresto di Giosuè Ruotolo si è aperta una nuova pagina importante del delitto di Pordenone. La madre di Trifone Ragone non riesce a darsi pace per aver aperto la porta della sua casa a quello che potrebbe essere il suo assassino e che ha fatto il picchetto d’onore ai funerali, mentre il padre è molto più sicuro ora che lo hanno arrestato.

Era il 17 marzo del 2015 quando Trifone e Teresa vennero uccisi nel parcheggio della palestra. Oggi è un anno esatto e il presunto assassino, Giosuè Ruotolo, è finito in carcere. Anche la sua fidanzata è ai domiciliari, accusata di favoreggiamento, ha confessato alla sua amica che temeva di aver istigato Giosuè Ruotolo ad uccidere Trifone. Su Giallo num. 12, in edicola questa settimana, sono stati ricostruiti tutti i punti salienti delle indagini che hanno riguardato anche lei. Il 3 dicembre la Patrone è stata convocata per essere sottoposta ad interrogatorio e si avvalse della facoltà di non rispondere, fornendo solo dichiarazioni spontanee: «Circa un anno e mezzo fa il mio fidanzato Giosuè mi raccontò di avere fatto uno scherzo su Facebook a Trifone. Lo scherzo consisteva nell’apertura di un profilo di cui non so riferire il nome. Dopo l’omicidio nell’aprile/maggio del 2015, parlando del fatto successo a Pordenone, riferii alle mie amiche Claudia, Anna Mena e Rosa di questo scherzo». Anna Mena, ha riferito ai carabinieri: «Rosaria era molto preoccupata di tale attività perché temeva che avrebbe avuto ripercussioni sul lavoro di Giosuè, visto che quel profilo era stato creato in caserma. Rosaria si sentiva in colpa per aver spinto Giosuè a creare quel profilo artefatto, finalizzato ad allontanare Trifone. Dopo l’omicidio aveva confidato a Giosuè di essere entrata dal proprio cellulare nel profilo fittizio di donna creato da Giosuè e di cui lei conosceva la password. Giosuè si era arrabbiato perché riteneva che se avessero fatto indagini gli inquirenti avrebbero scoperto che lei era entrata. Rosaria era preoccupata perché Giosuè non aveva un alibi per quella sera. Per un periodo Rosaria aveva impostato uno “stato” su WhatsApp in cui manifestava di voler scomparire. Le chiesi il perché e lei mi rispose di aver paura di aver messo Giosuè nei guai e di avergli rovinato la vita». Claudia invece ha fornito altri dettagli agli inquirenti: «Rosaria ci riferì che stava andando da uno psicoterapeuta che le aveva consigliato di lasciare Ruotolo perché la faceva stare male. Mi disse poi che aveva il timore che Giosuè potesse essere coinvolto nel duplice omicidio e che era quasi convinta della volontà di lasciare Giosuè. Tramite quel profilo Rosaria aveva intrattenuto una conversazione con Teresa, che affermava di sapere chi era l’interlocutrice sconosciuta». Infine ecco cosa avrebbe detto Rosa: «A maggio Rosaria mi confidò di stare male. Mi disse anche: “Ero talmente depressa che ho addirittura pensato di aver istigato Giosuè a uccidere Trifone”…».

Chiarita la posizione di Rosaria Patrone, Giallo ha risposto anche alla domanda: «Perché sono stati arrestati solo adesso?». Sul num. 12 del settimanale di cronaca, l’avvocato Daniele Bocciolini, esperto in scienze forensi, ha spiegato perché in caso di rinvio a giudizio, il processo sarà solo “indiziario”, non ci sono infatti prove schiaccianti come i testimoni e il DNA del colpevole. Per il legale: «Ci sono, però, numerosi elementi a carico di Giosuè: in particolare, le contraddizioni del suo “alibi”. Inizialmente aveva dichiarato di essere rimasto a casa tutta la sera, poi si è smentito: le immagini delle telecamere inquadravano infatti la sua auto sul luogo e all’ora del delitto. Non solo. Giosuè ha dichiarato di essere andato a fare una corsa al lago, dove, guarda caso, è stata poi ritrovata l’arma del delitto». Gli indizi più pesanti però sono quei messaggi inviati su Facebook dal profilo anonimo che ha aperto Giosuè Ruotolo a Teresa Costanza. Bocciolini sostiene infatti: «Fondamentali sono stati poi i dati informatici: i carabinieri della sezione crimini violenti del Ros, al comando del colonnello Paolo Vincenzoni, hanno visualizzato 5mila e 40 ore di registrazioni video e analizzato tra i 10 e i 13 milioni di contatti telefonici per un totale di 8 miliardi di byte. Gli

inquirenti hanno scoperto poi il famoso profilo Facebook anonimo, dal quale partivano messaggi minacciosi rivolti a Teresa, per i quali Trifone aveva minacciato Giosuè di denunciarlo». In questo contesto è venuta meno l’istigazione per la fidanzata di Ruotolo, ma è accusata di favoreggiamento perché ha cancellato qualche sms, forse proprio quelli in qui Giosué confessava l’omicidio.

Tornando ai coinquilini di Giosuè Ruotolo, è stato anche grazie a loro che è stato possibile definire il movente. Sempre su Giallo num. 12 si legge che, seppur interrogati in precedenza, solo a gennaio hanno raccontato del litigio tra Giosuè Ruotolo e Trifone Ragone. A quanto pare il miltare era venuto a conoscenza del fatto che dietro il profilo anonimo che minacciava Teresa c’era lui e aveva intenzione di denunciarlo. Un primo scontro era avvenuto nel parcheggio del Palasport, ed è proprio lì che Giosuè Ruotolo avrebbe deciso di regolare i conti una volta per sempre.

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