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Dossier: la Strage di Via Caravaggio dal 1975 al DNA di Domenico Zarrelli

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Ripercorriamo la vicenda della Strage di Via Caravaggio, una mattanza agghiacciante dove furono barbaramente uccise tre persone e un cagnolino

vittimeI libri di criminologia definirebbero il triplice omicidio avvenuto a Napoli in Via Caravaggio “efferato”. Un intero nucleo familiare ammazzato all’interno della propria abitazione: il capo famiglia, la moglie e la figlia.

L’assassino non risparmiò nenanche il cagnolino Dick. Per quella mattanza fu accusato da subito un parente delle vittime, Domenico Zarrelli, che fù prima condannato all’ergastolo e poi assolto con una formula ormai fuorilegge quella dell’insufficienza di prove.

La Cassazione lo scagionò definitivamente con formula piena. Domenico Zarrelli, oggi è un avvocato penalista ed ha ripercorso la medesima carriera del fratello Mario che prese la sua difesa durante tutto l’iter processuale.

Questi sono gli elementi principali dai quali partire per un analisi di uno dei delitti più feroci e misteriosi avvenuti nell’Italia degli Anni Settanta. Sembrerà strano ma a riaprire il caso dopo che Domenico Zarrelli fu condannato all’ergastolo fu un libro e nei giorni nostri un analisi del DNA.

Un racconto di fantasia, liberamente ispirato al caso della “Strage di Via Carvaggio” nel quale l’autore trae alla fine delle conclusioni che furono completamente adottate dalla difesa di Domenico Zarrelli durante il processo e che furono sposate anche dai giudici.
Non si può comprendere il caso della Strage di Via Caravaggio se prima non si conosce il personaggio principale della storia: Domenico Zarrelli.

Chi era Domenico Zarrelli

Domenico Zarrelli nasce a Napoli nel 1942, e quando avviene la mattanza ha poco più di trent’anni.

All’epoca dei fatti studiava Legge alla Facoltà di Giurisprudenza di Napoli, cercando di ripercorrere la stessa carriera del fratello Mario, cosa che effettivamente poi farà.
L’altro fratello Vittorio Zarrelli dopo aver studiato medicina era diventato un noto cardiologo.

Quando gli inquirenti spiccarono un mandato di arresto per Domenico Zarrelli nel marzo del 1976 lo prelevarono proprio all’interno dello studio legale del fratello Mario.

Il Luogo della Strage

L’accusa era gravissima ovvero quello di essere l’autore di un triplice omicidio avvenuto in un quartiere di Napoli definito “bene” e precisamente a Via Caravaggio civico 78. Via Caravaggio è un strada importante nella viabilità cittadina collega infatti il quartiere di Fuorigrotta a quello del Vomero ed è lunga circa 1 km e mezzo.

Dopo l’arresto ebbe inizio un lunghissimo iter giudiziario per Domenico Zarrelli molto seguito anche dall’opinione pubblica italiana. La mattanza era stata cosi orribile che aveva destato un profondo shock nella comunità napoletana.

Il ritrovamento

via-caravaggio1Era l’8 novembre del 1975 quando nell’appartamento vennero ritrovati i cadaveri, in un avanzato stato di decomposizione, di Domenico Santangelo un ex capitano di navi di 55 anni che si dedicava alla vendita all’ingrosso di articoli sanitari e con una passione per il gioco del lotto, di Gemma Cenname di 50 anni la seconda moglie di Santangelo ostetrica presso una clinica napoletana e quello della prima figlia di Santangelo, Angela Santangelo di appena 20 anni che dopo il diploma alle magistrali era stata assunta dall’Inam.

I vigili del fuoco che per primi entrarono nell’abitazione trovarono i corpi di marito e moglie nella vasca da bagno in un lago di sangue coperti solo da lenzuola e da una coperta di lana. Angela Santangelo fu ritrovata nella camera da letto dei genitori avvolta da una coperta e con una calzamaglia.

Durante il soppraluogo vennero ritrovati in cucina i resti di una cena e due orologi da parete fermi, l’orario segnava le 5 del mattino.
Quegli orologi fermi alle 5 del mattino, probabilmente stavano ad indicare che l’assassino si era intrattenuto in casa molto a lungo dopo la strage. Nell’abitazione furono rinvenute anche dei mozziconi di sigaretta e un bicchiere forse usato per bere. Forse il killer aveva anche spruzzato un deodorante d’ambiente per coprire l’odore dei cadaveri che da li a poco avrebbero iniziato il processo di decomposizione.

Prima di allontanarsi, l’assassino aveva staccato anche la corrente elettrica e proprio questo gesto aveva fatto fermare gli orologi elettrici alle 5 del mattino.
Dal garage della famiglia Santangelo era sparita anche una Fulvia Rossa, alcuni oggetti tra i quali una statuetta in bronzo che raffigurava una dea bendata e un diario che la giovane Angela usava per annotare le sue cose più intime.

L’autopsia su quei cadaveri stabilì che con molta probabilità erano morti ben dieci giorni prima e precisamente nella notte tra il 29 e il 30 ottobre del 1975. La dinamica omicidiaria fu semplice, prima l’assassino sferrò dei colpi con un oggetto appuntito (mai rinvenuto) e poi con un coltello le sgozzò.
Uno dei rinvenimenti più macabri fu quello della carcassa del cagnolino di famiglia Dick adagiato sul fondo della vasca da bagno insieme ai corpi dei padroni. La scientifica intervenuta sul luogo trovò schizzi di sangue ovunque, segni di trascinamento, sul soffitto chiazze di sangue. Una scena da vero mattatoio.
A dare l’allarme per la scomparsa dei parenti fu proprio Mario Zarrelli (il fratello avvocato di Domenico) che l’8 novembre si recò dalla polizia per segnalare che la zia Gemma Cenname non dava da qualche giorno più notizia di se.

Le indagini e il processo di primo grado

domenico-zarrelli2Gli investigatori per quattro mesi cercarono di dare un volto all’assassino, cercando tra i condomini dei riscontri e delle testimonianze. Un sarto che abitava nella zona identificò in Domenico Zarrelli l’uomo che a bordo di una Fulvia Rossa nella notte tra il 30 e il 31 ottobre 1975 percorreva a tutta velocità Via Caravaggio. L’auto dei Santangelo fu ritrovato nella zona del porto di Napoli abbandonata.

A marzo del 1976 per gli inquirenti c’erano sufficienti prove per chiedere il rinvio a giudizio per Domenico Zarrelli, era stato il nipote viveur legato ad una ballerina giamaicana, Sandra Thompson, ad aver commesso la mattanza.
La pubblica accusa ricostruì cosi la vicenda, Domenico Zarrelli era un giovane alla continua ricerca di denaro e chiese aiuto alla zia e di fronte al suo rifiuto l’aveva ammazzata.

L’assassinio del marito Domenico Santangelo e della figlia Angela Santangelo era contestuale all’eliminazione di possibili testimoni e per garantisci l’impunità.
Al processo, Domenico Zarrelli si proclamò innocente ma la giuria non gli credette e fu condannato all’ergastolo per l’omicidio di Angela Santangelo e a 30 anni per gli altri due omicidi. Domenico Zarrelli fornì anche un alibi per la notte del delitto, disse che era con la compagna che in aula confermò il suo alibi, ma non fu ritenuta credibile dalla giuria.

Il collegio difensivo coordinato dal fratello Mario Zarelli cercò anche di individuare delle piste alternative, come la rapina finita male, la malavita organizzata oppure la vendetta familiare.
5Venne portato a supporto anche un verbale in cui si diceva che la relazione tra Domenico Santangelo e Gemma Cenname fosse iniziata quando l’uomo era ancora sposato e che i due erano gia da tempo amanti. La morte della prima moglie di Santangelo sciolse ogni riserva e i due amanti uscirono allo scoperto. Per la difesa questo era un documento dal quale partire per percorrere il movente della vendetta familiare.

Tra gli amici della famiglia Santangelo, qualcuno disse che Gemma aveva confidato di avere il terrore di essere derubata e che quindi aveva deciso di prendere una cassetta di sicurezza dove custodire tutti i suoi gioielli.
Lettarlemente Gemma Cenname disse all’amica : “Qualcuno prima o poi salirà nella nostra casa e ci ammazzerà tutti”. Anche Angela Santangelo, sembra che avesse paura ad un suo amico aveva scritto un inquietante :”Sai bene che mancano due giorni al giorno fatale”  e poi “io morirò scannata, vedrete, c’è un ingegnere…”. Quasi un presagio.

L’ingegnere

La storia dell’ingegnere fu verificata attentamente dagli inquirenti. Gemma Cenname aveva infatti ereditato un casolare nelle campagne del napoletano e aveva deciso di affittarlo.

Da indagini si stabilì che l’affituario era un pregiudicato calabrese conosciuto alla polizia per traffico di droga e rapine. Durante le fasi di contrattazione per l’affitto del casolare, il pregiudicato si era presentato alla famiglia Santangelo come un ingegnere chimico che aveva bisogno del casolare per installare un laboratorio sperimentale.

Domenico Santangelo e la moglie Gemma Cenname accettarono l’offerta dell’ingegnere, ma qualche tempo dopo andando a fare una visita al casolare vi trovarono solo delle brandine.

Durante il processo i giudici si chiesere se quella dell’ingegnere fosse solo una copertura per creare un covo, un riparo per affiliati alla ndrangheta calabrese. Interrogato nel merito il pregiudicato non volle mai parlare del motivo per il quale affittà quel casolare.

Il processo d’appello

fulviaIl processo si concluse con l’ergastolo per Domenico Zarrelli che fu condotto in carcere. La vicenda ebbe un cosi ampio eco mediatico che uno scrittore Carlo Bernari decise di ispirarsi alla storia per scrivere un libro “Il giorno degli assassini” pubblicandolo nel 1980.

Nel libro Carlo Bernari elaborò una tesi alternativa che voleva la strage compiuta non da una sola persona ma da più persone, durante il processo d’appello l’ipotesi fu completamente sposata dalla difesa e dai giudici.

Mario Zarrelli dopo la lettura accurata del libro e degli atti processuali scrisse a Carlo Bernari una missiva : “Dopo lo studio degli atti processuali, e soprattutto dopo l’esame delle fotografie in cui appaiono le immagini delle vittime e dell’appartamento in perfetto ordine a strage avvenuta, mi sono convinto che il delitto è stato premeditato, preordinato in ogni particolare, meticolosamente eseguito da professionisti del crimine”.

Su queste basi la difesa di Domenico Zarrelli fece ricorso in appello chiedendo l’assoluzione. La giuria accetto ogni punto della difesa e alla fine assolse Domenico Zarrelli per insufficienza di prove.
Il processo d’appello iniziò il 10 gennaio del 1980 e famosa è l’arringa dell’avvocato Giambattista Ferrazzano che mise in evidenza come la personalità di Domenico Zarrelli fosse in contrasto con il profilo del criminale che aveva compiuto la strage.
Descrisse l’imputato come un ragazzo pieno di vita, un goliardico. L’assassino invece doveva essere una persona solitaria che nell’altro vedeva solo un nemico ed è per questo che aveva scaricato tutta la sua rabbia con il coltello.
La camera di consiglio si chiuse per ben 7 ore ed uscì non con una sentenza ma con la richiesta di una perizia psichiatrica per Domenico Zarrelli. I periti dichiararono Domenico Zarrelli completamente sano di mente e in possesso di piene capacità di intendere e di volere.

La perizia fu un elemento decisivo e il 6 marzo del 1981 ci fu l’assoluzione per Domenico Zarrelli che capovolgeva la sentenza di primo grado dichiarando non credibile la testimonianza del sarto che aveva visto l’imputato la notte del delitto sfrecciare a tutta velocità in Via Caravaggio.
Domenico Zarrelli in attesa del processo d’appello aveva trascorso quel tempo in carcere, ben 5 anni, dove aveva anche terminato gli studi in giurisprudenza laureandosi con una tesi dal titolo “La prova indiziaria nel processo penale”.

La Cassazione

imagesL’iter giudiziario però aveva in serbo un altro colpo di scena. La Cassazione infatti dichiarò nullo il processo di appello disponendo un nuovo processo da tenersi a Potenza.

Furono inviate le carte processuali alla Corte d’Assise di Potenza per disporre del nuovo processo a carico di Domenico Zarrelli.
A Potenza furono messi in evidenza ulteriori particolari come quello dell’impronta di scarpa taglia 42 rinvenuta nell’abitazione che mal si coniugavano con l’imputato che calzava infatti la taglia 45. I mozziconi di sigaretta presenti sul luogo della mattanza non erano della marca che fumava Domenico Zarrelli e poi le impronte su quel bicchiere usato per bere del wisky che non appartenevano nè all’imputato nè alle vittime.

L’accusa però ribattè che l’oggetto utilizzato per ammazzare non fu come detto in precendenza una statuina di bronzo, ma uno sbatticarne con la base bugnata e che l’assassino utilizzandolo si era certamente ferito.

Sul corpo di Domenico Zarrelli furono ritrovate delle ferite che assomigliavano molto a quelle che avrebbe potuto produrre quel tipo di batticarne, ma lui dichiarò che era caduto nel tentativo di mettere in moto la sua automobile.
Il magistrato individuò nel denaro il movente della strage e disse che Domenico Zarrelli era ritornato in Via Caravaggio dopo l’eccidio per depistare, disseminando finti indizi come l’impronta della scarpa e le cicche di sigaretta.
A supporto di questa tesi fu portato in aula un vigile urbano che dichiarò di aver visto la luce accesa nell’abitazione dei Santangelo verso le 3 di notte del 31 ottobre, ovvero il giorno dopo.
Molto rilievo fu dato all’arma, il famoso batticarne.

Per l’accusa, Domenico Zarreli andò dal fratello Mario e gli raccontò tutto e insieme decisero di depistare le indagini e di attendere a dare l’allarme nell’attesa che le ferite sulle mani di Domenico Zarrelli si rimarginassero.
La Corte d’Assise però sentenziò che Domenico Zarrelli era estraneo al delitto e lo assolse con formula piena. Nella motivazione della sentenza si legge :”tutto il preteso valore indiziario della circostanza si riduce all’espressione aritmetica dello zero”.

La Procura di Potenza si oppose a questa decisione e presentò un ricorso che nel marzo del 1985 fu respinto concludendo di fatto l’iter processuale a carico di Domenico Zarrelli, il quale chiese un risarcimento miliardario allo stato per ingiusta detenzione.

La svolta del 2013 e la rivelazione del 2014

arrestoNell’ottobre del 2011 il caso fu riaperto grazie ad un dossier firmato dalla genetista dott.ssa Marina Baldi, dalla criminologa Imma Giuliani, dal dott. Mignacca e dall’ Avv Carmen Stizzo e consegnato in Procura a Napoli. Il procuratore Giovanni Melillo delegò quindi la Polizia Scientifica di ritrovare i reperti di quell’eccidio nell’archivio e di effettuare dei nuovi test, con le moderne tecniche di indagini, alla ricerca di riscontri.

Gli scatoloni dei reperti erano ancora in ottimo stato di conservazione e cosi le analisi sono state effettuate senza possibilità di errore.

Dalle indagini si scopre che il dna di Domenico Zarrelli è presente sui mozziconi di sigaretta rinvenuti ed anche su uno straccio utilizzato dall’assassino. Prove queste che potrebbero riaprire clamorosamente il caso e portare nuovamente Domenico Zarrelli sul banco degli imputati. Ma una legge dello stato prevede che una persona che è stata giudicata innocente ed è stata processata non può in nessun caso essere processata nuovamente. “Ne bis in idem”, per cui nonostante forse conosciamo dopo 40 anni il nome dell’assassino di quella strage lo stato italiano non può in alcun modo riconoscerlo per via giudiziaria.

Ci sarebbe da domandarsi se questo sia giusto, se questa norma non sia da rivedere soprattutto per i casi di omicidio nei quali la scienza forense fa passi da giganti e che anche a distanza di anni potrebbe riuscire ad assicurare alla giustizia dei pericolosi killer.

Video sulla Strage di Via Caravaggio

Telefono Giallo si occupa della Strage di Via Caravaggio il 23/12/1988

Chi l’ha visto 2012 parla della Strage di Via Caravaggio

Blu Notte “La Strage di Via Caravaggio”

 

Per approfondimenti
http://it.wikipedia.org/wiki/Strage_di_via_Caravaggio

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