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DossierDossier: Frédéric Bourdin, l’uomo dalle cinquecento identità

Dossier: Frédéric Bourdin, l’uomo dalle cinquecento identità

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Nel 1997 l’opinione pubblica rimase colpita dal caso di Nicholas Barclay, un ragazzino biondo e dagli occhi blu tredicenne scomparso- in circostanze misteriose – nel 1994 a San Antonio nello stato del Texas, era stato ritrovato dopo più di tre anni in Europa a Linares, in Spagna

fredericBourdinNonostante fosse fisicamente provato dalle violenze subite da una gang di pedofili francesi, fece ritorno negli Stati Uniti e poté così riabbracciare i familiari. Insomma, come recita il famoso detto “tutto è bene ciò che finisce bene”.

E invece, le cose non stavano esattamente così. Perché il ragazzino 16 enne che aveva riabbracciato la famiglia Barclay non era Nichoas e non era americano. Si chiamava Frédéric Bourdin, era francese e aveva 23 anni. Un vero e proprio furto d’identità. E non era nemmeno la prima volta che Bourdin metteva in atto un inganno di questo tipo: la sua capacità di assumere connotati diversi gli valse il soprannome di “The Chameleon” (ovvero il camaleonte).

A muoverlo nei suoi inganni, però, non era la voglia di truffare o derubare le persone che lo circondavano, bensì la voglia disperata di trovare affetto, quell’affetto che da sempre gli era stato negato.

Nato nel 1974 da Ghislaine, un’operaia diciottenne all’epoca della gravidanza e di un algerino, mai conosciuto, sin da bambino non era mai stato ben voluto: la madre era violenta o assente, il nonno razzista e le mamme dei suoi amichetti non volevano che giocassero con lui perché era metà algerino. Infine, nonostante avesse subìto più e più volte molestie e abusi sessuali da un vicino di casa, non era mai stata sporta denuncia contro il colpevole perché la nonna del piccolo Frédéric ritenne che la soluzione migliore fosse insabbiare la vicenda per non far diffondere voci in giro sull’accaduto, sarebbe stato troppo imbarazzante. Episodio sul quale, parecchi anni dopo, si è espresso commentando “Quando chi dovrebbe volerti bene ti fa provare vergogna per ciò che sei, quando ti fanno sentire una merda, allora provi a diventare qualcuno che sia fonte di orgoglio, qualcuno da amare. Sogni di essere qualcun altro“.

Che sia stata la sommatoria di tutti questi rifiuti a instaurare il meccanismo dei furti d’identità non è dato saperlo, anche se è molto probabile. Ciò che è certo è che il ragazzo inizia ad avere comportamenti turbolenti, che lo fanno finire in diversi collegi, l’ultimo a 16 anni dal quale scappa in autostop. In quella circostanza impersona la sua prima finta identità: in metropolitana, incontra due sconosciuti che lo portano a bere, lo costringono ad ubriacarsi e gli rubano soldi e documenti. Una volta accortosi del furto, chiama la polizia e si finge un turista straniero che si era perso. Ma, dopo averlo portato in questura, i poliziotti si rendono conto che la storia non sta in piedi e lo smascherano. Trascorre i successivi sette anni soggiornando in ben 140 istituti e assumendo più di 500 diverse identità, tutte inventate, e impara qualche trucchetto affinché le sue trasformazioni siano più efficaci: ad esempio, impara a modulare la voce per sembrare più o meno giovane e usa la crema depilatoria per avere il viso da eterno ragazzino.

Nel 1997 qualcosa cambia. Ospite di un istituto a Linares, il giudice dei servizi sociali gli da’ due possibilità: o confessa la sua vera identità o verrà schedato. Messo alle strette, confessa di essere Nicholas Barclay, un ragazzino americano di 13 anni rapito da un gruppo di pedofili francesi che, oltre a violentarlo, gli avevano ordinato di parlare esclusivamente francese. Tutte queste informazioni le aveva ottenute durante una telefonata fatta poco prima al Ncmec (National Centre for missing and exploited children,  un ufficio apposito che si occupa di bambini maltrattati o scomparsi), spacciandosi per il direttore dell’istituto che aveva appena ricevuto la visita di un ragazzino americano disperso. Grazie alle sue capacità di persuasione, era riuscito ad ottenere il nome di Nicholas Barclay.

Il giudice, credendo alla versione del finto Nicholas, gli dice che sarebbe rientrato negli Stati Uniti per riabbracciare la sua famiglia.

Frédéric, contento di aver trovato una famiglia, non sapeva che sarebbe finito in una famiglia problematica. La madre di Nicholas, Beverly Dollarhide, è dipendente da eroina e sta cercando di sconfiggere questa sua dipendenza col metadone, il fratello maggiore Jason ha problemi di droga e la sorella Casey è una ragazza fin troppo ingenua.

La messinscena dura all’incirca cinque mesi, quando l’investigatore Charlie Parker scopre la verità. Parker era stato assunto per acquisire informazioni sulla famiglia, in vista di una trasmissione speciale sul ritorno a casa di Nicholas. Parker, dopo aver visto Bourdin e la foto del vero Nicholas, aveva cominciato a nutrire qualche dubbio sul conto di Frédéric  per un dettaglio minuscolo ma fondamentale: la forma delle orecchie dei due era diversa. Ogni essere umano ha una sua forma di orecchie, quindi quel ragazzino non poteva essere di certo Nicholas.Parker comincia, quindi, ad inseguire Frédéric che, dopo un paio di mesi, crolla e ammette di non essere il ragazzino americano scomparso, tentando poi di farsi del male con una lametta in preda alla disperazione. Dopo aver informato l’FBI dell’accaduto, Bourdin viene arrestato e condannato a 6 anni per spergiuro e documenti falsi. Resta da chiarire come sia possibile che né Beverly né Casey avessero avuto il sospetto che quel ragazzo non fosse il loro caro scomparso. Solo Jason aveva intuito qualcosa, mantenendo una certa distanza con lui. A molti anni dall’accaduto, Frédéric Bourdin  ha dichiarato che era impossibile, ma che alla famiglia Barclay avrebbe fatto comodo sostenere che quel ragazzo fosse il loro Nicholas.

Dopo 5 anni di carcere, Frédéric torna in Francia, dimostrando che il lupo perde il pelo ma non il vizio. Nel 2003 viene arrestato a Grenoble per aver assunto l’identita del quattordicenne Léo Bassey ma l’esame del DNA lo smentisce; nel 2004 si trasferisce in Spagna. dove finge di essere Ruben Sanchez Espinoza, un adolescente la cui madre è rimasta uccisa durante l’attentato dell’11 marzo a Madrid. La polizia scopre le sue menzogne ancora una volta e lo rispedisce in Francia. Infine, nel 2005, afferma di essere Francisco Hernandes-Fernandez, un 15 enne rimasto orfano dopo che i suoi genitori erano rimasti uccisi in un incidente automoblistico.
Nel 2006 la svolta: comincia a scrivere un blog dove mette per iscritto tutte le sue esperienze e viene contattato da una ragazza, Isabelle, con un’infanzia infelice alle spalle. I due si innamorano e si sposano nel 2007. Nel 2012 il documentario “The Impostor” racconta tutta la sua vita.

Oggi, Frédéric non è più un emarginato. Ha 40 anni, una calvizie in progressione e vive con la moglie e i tre figli in una villetta a schiera nei pressi di Le Mans, dove lavora al circuito della città come addetto alla sicurezza. Con una moglie innamorata, della quale dice “Non sapevo se fossi abbastanza forte da avere una relazione con una donna. Ma sapevo che se non l’avessi sposata, se non le avessi dato dei figli e non l’avessi amata, non sarebbe mai stata felice. Invece volevo che fosse felice. Sono l’unica persona che le ha fatto credere che l’amore è un sentimento positivo” e i suoi tre bambini, ha finalmente trovato quello che andava a cercare da una vita: una famiglia e, soprattutto, il suo posto nel mondo.

 

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