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Delitti ItalianiMorte di Francesco Montis, due italiani ancora detenuti in India

Morte di Francesco Montis, due italiani ancora detenuti in India

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Nel febbraio del 2010 un giovane italiano venne trovato morto a Varanasi e da allora Tomaso Bruno ed Elisabetta Boncompagni, condannati all’ergastolo. Ma ora il processo potrebbe essere rivisto

Francesco MontisE’ un caso che ricorda da vicino i due fucilieri italiani Latorre e Girone, ma in Italia se ne parla pochissimo: Tomaso Bruno ed Elisabetta Boncompagni sono stati arrestati cinque anni fa con l’accusa di aver ucciso un terzo ragazzo che era con loro in vacanza, Francesco Montis, e nel 2013 sono stai condannati all’ergastolo anche se nei prossimi giorni finalmente la Corte Suprema valuterà il loro ricorso.

Intanto un cronista de Il Manifesto è andato ad incontrarli in carcere, accompagnato dalla madre di Tomaso: “La prima cosa che dovevo imparare per stare qui – ha raccontato il ragazzo, che pggi ha 31 anni – è stata la lingua, non potevo sempre rompere i coglioni a tutti perché mi spiegassero cosa succedeva, cosa dicevano. Ora parlo una cosa che non so bene cosa sia, ma mi capiscono e capisco tutto. Guardo anche i film”.

Vive in una camerata che ospita 150 detenuti, solitamente con pene al massimo di dieci anni, ma per lui non è stato un problema adattarsi: “Io ed Eli siamo due persone molto adattabili. A Londra lei aveva vissuto in uno squat e io li frequentavo. Eravamo abituati a vivere nella confusione. Sono entrato qui senza niente. Il giorno prima ero un turista, quello dopo un detenuto. Non abbiamo nemmeno avuto il tempo di metabolizzare la morte di Francesco. Ero terrorizzato, arrivo qui e vedo due che si menano per terra. Quello che le prendeva poco dopo mi chiama e io penso ‘cazzo, adesso tocca a me. Invece mi dice che tutti sanno chi sono, avevano letto i giornali, e che non mi devo preoccupare, per loro sarò sempre un ospite. Era il capo della caserma”.

Così da allora è il ‘boss’, anche se per il momento parlare di una revisione del processo è solo una speranza. La stessa che coltiva sua madre, puntuale nel fargli visita dalla natia Albenga: “Sono passati cinque anni e se mi fossi rifiutata di capire, sarebbero stati cinque anni buttati via”. Intanto però lei ci spera.

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