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Infanticidio

Omicidi in famiglia, cosa li scatena

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La violenza omicida contro gli stessi familiari, i cosiddetti Omicidi in Famiglia, è quella che turba di più le coscienze. Che cosa la scatena?

Sembra impensabile che una madre, che da la vita, possa diventare uno strumento di morte rivolto contro i propri figli. Ecco uno degli Omicidi in Famiglia più atroci. Invece, da sempre, l’ infanticidio è il più tipico tra i delitti consumati tra le mura domestiche. Anzi, è proprio in famiglia che si concentrano i reati compiuti da donne.

Nell’800, l’infanticidio veniva praticato nell’ Inghilterra Vittoriana come strumento di controllo demografico, motivato da precarie condizioni economiche. I neonati indesiderati venivano annegati come facevano con i gattini. L’ infanticidio era allora il delitto più comune e ancora fino a qualche tempo fa , in Cina, ogni anno venivano eliminate circa 10.000 bambine e l’ infanticidio ( solo femminile ) era diffuso anche in India.

Da noi è raro, ma non rarissimo. Dal 1995 ad oggi, in Italia sono stati contati circa 200 casi, la maggior parte dei quali legata a malattie mentali. L’ aggressività, soprattutto nelle sue manifestazioni estreme, come l’ omicidio e il suicidio, è molto influenzata dalle spinte emotive. Gli psichiatri sanno quali sono le patologie prevalenti in questi casi, e anche come curarle. Per lo più si tratta di disturbi dell’ umore, cioè di depressioni, o di forme di perdita di controllo sugli impulsi. Molti casi di cronaca possono essere spiegati così.

Mamme killer

Annamaria Franzoni

Annamaria FranzonStatte, 10 Km da Taranto, gennaio 2001.

Silvia Semeraro, 27 anni, afferra dalla culla il piccolo Ciro, di appena 2 anni e mezzo e lo butta a terra uccidendolo sul colpo. Mezz’ ora dopo si reca dal parroco e confessa : ” piangeva troppo ” racconta con lo sguardo perso nel vuoto.

A Novara, Anna Dolce, 21 anni, malmena fino a mandare in coma la figlioletta, che non sopravvive, perché era ” stufa del suo pianto “.
(http://qn.quotidiano.net/2002/02/22/3046150-Bimba-uccisa–dalla-mamma-quotL-ho-colpita-perch-eacute-piangeva-quot.shtml)

Il caso più emblematico e controverso resta quello del piccolo Samuele e di Annamaria Franzoni.

Madri come queste non vogliono uccidere, ma perdono il controllo dei loro impulsi, esagerando nella reazione di allarme o di fastidio determinata dal pianto del figlio. Un neonato normalmente piange anche due o tre ore al giorno e il 20-30% dei bambini lo fa più a lungo. Fra la sesta settimana e il quarto mese di vita il pianto diventa particolarmente intenso e alcune madri, molto fragili, perdono il controllo: è in quella fascia di età che si verifica il maggior numero di casi ” sindrome del bambino scosso “.

La madre,esasperata, afferra il bimbo e lo scuote violentemente, causandogli emorragie cerebrali, danni alla retina e volte provocandone la morte. Questa sindrome è una sotto categoria di quella del ” bambino maltrattato”. La diagnosi si basa sui sintomi manifestati dal bimbo, ripetutamente sottoposto ad abusi fisici, psicologici o sessuali: fratture, disarticolazione degli arti, morsi, ustioni di sigaretta, segni di frustate, lividi generici o da strangolamento, emorragie interne, traumi.

Nella sindrome di Munchausen, invece, la mamma provoca malattie al figlio, lo sottopone a cure inutili, talvolta letali, descrive ai medici sintomi inesistenti, allo scopo di ottenere attenzione per se o addirittura benefici economici, per esempio una pensione di invalidità.

Una statistica del National Institute of mental Health calcola che ogni 1.000 bambini nati 25,2 vengono maltrattati. In Italia nel 22% dei casi la durata dei maltrattamenti è compresa tra 1 e 6 mesi, nel 24% arriva a 1-2 anni, e nel 9% prosegue per 3-4 anni.

Madonna dei monti (SO),maggio 2002. Loretta Zen, 31 anni, prende Vittoria, la figlioletta di 8 mesi e la infila nella lavatrice.
La troverà, morta, il marito rincasando con l’ altra figlia di 11 anni. Loretta, seduta davanti alla lava biancheria in stato confusionale, continua a ripetere : ” non ricordo nulla “. (http://archiviostorico.corriere.it/2004/gennaio/09/Annego_figlia_nella_lavatrice_sentenza_co_5_040109001.shtml)

Olga Cerise

Olga Cerise

Aosta, 20 giugno 2002. Olga Cerise, 31 anni, cerca di annegarsi nel laghetto Les Illes a Saint-Marcel insieme ai due figlioletti, Matteo di 4 anni e Davide 21 giorni. I due bimbi muoiono, lei viene tratta in salvo. “Ultimamente era un po depressa”, dicono i parenti.
(http://archiviostorico.corriere.it/2002/giugno/27/Mio_marito_fermato_con_una_co_0_02062710398.shtml)

Un’ampia fetta di infanticidio, tra cui probabilmente i due descritti, sono legati alla depressione post partum, che insorge a causa degli scompenso ormonale nella fase successiva al parto.

Nella maggior parte dei casi le conseguenze sono banali: sensazione di non farcela, pianto facile, cali di umore. Nel 10% dei casi la depressione diventa conclamata: la sensazione di inadeguatezza si fa più intensa, la tristezza invade ogni aspetto della vita, si presentano crisi di ansia e attacchi di panico, la mamma è facilmente irritabile e soffre di insonnia.

Una piccolissima percentuale di donne, nelle sei settimane successive al parto, la sviluppa poi una vera e propria psicosi puerperale: comportamento maniacale, eccitazione e iperattività, mancanza di sonno, aggressività.

Sono 2,2 milioni le persone che soffrono di depressione in Italia, il 40% delle quali non è riconosciuto malato. E la depressione di una madre può diventare mortale per i figli anche lontano dal parto, se è legata alla fase maniacale.

Lo dimostrano, ancora una volta, i casi di cronaca.

Nel 1995, la nobildonna fiorentina Alessandra Torri, in cura per depressione, prima soffoca e poi finisce a coltellate il figlio Ludovico di 3 anni mentre nel maggio del 2002, a Imola, Elisa Barbato, di 35 anni, ha accoltellato la figlia Giulia di 7 anni, prima di suicidarsi.
Gli atti violenti contro di se e i familiari sono commessi da coloro che soffrono di disturbi affettivi, ma soprattutto da chi presenta sia sintomi di depressione, sia di eccitamento.

Chi soffre di depressione ma ha un comportamento eccitato, può mettere in atto le sue fantasie. E’ questa la condizione di maggior rischio.
In questi casi, la madre che uccide il figlio lo fa perché nella sua visione totalmente pessimistica è sicura che egli avrà una vita tormentata, di sofferenza e, difronte a questa prospettiva, preferisce ucciderlo.

Ci sono poi i delitti familiari scatenati dalla schizofrenia.
Ne soffrono, di questa patologia, più di 250 mila persone, lo 0,5% della popolazione.
A questi si aggiungono i casi in cui la crisi psicotica può diventare conclamata per colpa di farmaci o droghe.
E’ l’alcool ad agire nel febbraio del 2000, quando Massimo Predi, 40enne di Cellette di Villa Silvia ( Cesena ), uccide padre,madre e la moglie e la figlia di 12 anni, che adorava.

E’ invece in azione la cocaina quando nel 2001, a Novi Ligure, Erika, 16 anni, e il 17enne fidanzato Omar uccidono Susi, la madre di lei e Gianluca, il fratellino con 97 coltellate.

Il caso di Cogne ci dice che ad uccidere il piccolo Samuele è stata Annamaria Franzoni, d’altronde atti cosi efferati e feroci non possono che essere operadi un malato di mente, che ha perso il senso della realtà.
Ma se sappiamo quali sono le patologie, che spesso stanno dietro ai delitti familiari, perché non si riesce a curarle in modo da prevenire gesti estremi?
Le terapie esistono.

Di solito però i pazienti che mettono in atto questi comportamenti sono quelli che si curano di meno.
Non vanno dallo psichiatra e spesso si rifiutano di prender i medicinali necessari, preferendo curarsi da soli con alcool e droghe.

Delitto d’onore
Fino al 5 agosto 1981, uccidere la moglie (o il marito) insieme al suo amante costava al massimo 7 anni di carcere. L’articolo 587 del codice penale, infatti, puniva questo tipo di assassinio come un reato a tutela del proprio onore.

Da allora i delitti passionali continuano ad essere circa il 7% degli omicidi, ma chi li commette non ha più alcuna attenuante.
“Il vero movente del delitto d’onore”, diceva Leonardo Sciascia, “è la gente che guarda”. Già le leggi di Federico II, in Sicilia, punivano il marito che non vendicava l’adulterio. La cosa non stupisce in quanto, il concetto di delitto d’onore si basava allora sulla centralità assoluta del maschio. Chi subiva un onta senza punirla danneggiava “la società”.
Cose ormai queste fuori tempo, da tempo la società non accetta più questa centralità maschile e non è più radicata la mentalità che aveva permesso l’introduzione del “delitto d’onore”

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