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FemminicidioOmicidi in FamigliaOmicidio Antonella Russo, il racconto della figlia: “Uccisa 2 volte”

Omicidio Antonella Russo, il racconto della figlia: “Uccisa 2 volte”

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antonella russoAntonella Russo è stata uccisa nell’agosto del 2013 da suo marito, Antonio Mensa, che dopo l’estremo e folle gesto, ha puntato l’arma verso di sè uccidendosi. Il tutto avvenne sotto gli occhi increduli e spaventati del figlio di 4 anni

Sono trascorsi quasi 3 anni da quando Antonella Russo è stata uccisa a fucilate dal marito, che non riusciva ad accettare la separazione dalla donna, la quale aveva deciso di trasferirsi dalla madre. In un attimo si consumò la tragedia, proprio nel giorno in cui Antonio Mensa sarebbe dovuto uscire con il figlio minore, che dopo aver visto tutto urlò con tutte le sue forze in cerca di aiuto. Una volta giunti i parenti e i medici sul luogo del delitto, non ci fu nulla da fare che constatare entrambi i decessi.

Secondo quanto emerso durante le indagini, una settimana prima dell’omicidio, Antonella Russo decise di denunciare il marito per stalking. A parlare oggi di quella assurda tragedia è stata la figlia della donna, Nancy Mensa, 22 anni: “Tra la violenza e la colpa, resta uno spazio infinito: quello per trovare un senso e continuare a crescere. Ci finisci all’improvviso e il senso di ingiustizia ti soffoca. Il mondo è pieno di ingiustizie, ma questa qui mi è subito sembrata perfettibile. L’ho realizzato il giorno dopo aver perso i miei genitori. Mi sono tornate in mente le due denunce fatte da mia madre: mio padre la minacciava di gesti estremi se non avesse ritirato l’istanza di separazione depositata ad aprile. La prima udienza, quella in cui si doveva decidere a chi affidare i figli e la casa, era stata fissata per ottobre. Mamma è stata uccisa ad agosto. Ci eravamo sentite la mattina come fanno una madre con una figlia, nel pomeriggio è morta. I miei dovevano lasciarsi per tante ragioni, anche quelle economiche. In ogni caso non si poteva andare più avanti in quel modo, mi diceva mamma. Ricordo che un giorno mi confidò il bisogno di denunciarlo ma io non capivo. “Mamma, ma che fai vuoi denunciare papà?, le dicevo. Lei mi rispondeva che doveva farlo per proteggere lei e noi. Mia madre era una donna che lavorava e che lottava per i figli. Faceva l’infermiera. Non ci faceva mancare mai nulla. Aiutava anche mio padre, gommista, come farebbe una moglie quando il marito è in difficoltà. Del delitto che si è consumato a casa mia non voglio ricordare i dettagli, mi sento ancora sconvolta come lo è mia sorella Desirée che oggi ha 24 anni e il mio fratellino. Ho provato il dolore che può cogliere chiunque a quella notizia. Mi è sembrata una cosa assurda. Poi è arrivata la rabbia, la confusione, il senso di solitudine. Io, mia sorella e mio fratello ci siamo ritrovati “orfani due volte”. Cosa penso di mio padre? Che fosse un uomo malato, una persona che doveva essere curata: solo così posso spiegarmi quel gesto. Ho tante altre domande però in sospeso”.

Cosa è successo il giorno dopo la prima denuncia di mia madre? continua – Cosa è successo il giorno dopo la seconda denuncia? Niente. Un’udienza fissata troppo in là come data, un silenzio che mi ha cambiato la vita. Quell’estate sarei dovuta partire per Ferrara per frequentare la facoltà di Scienze Infermieristiche. Ci teneva mamma che facessi il suo lavoro, da grande. Ho cambiato però un dettaglio dei miei progetti: ho scelto Giurisprudenza. Studio per trovare risposte a questi perché: perché lo Stato non è intervenuto subito quando mia madre chiedeva aiuto? Perché lo Stato non è intervenuto nella mia casa il giorno dopo aver perso i miei genitori?”.

“[..] Io ho avuto la forza di andare avanti e studiare, mio fratello è rimasto a vivere con i miei nonni, mia sorella vive la sua vita: avrebbe voluto cambiare cognome nei primi mesi, poi ha desistito. Io non desisto, invece. Voglio che la mia storia abbia un senso. Vorrei smussarla questa ingiustizia [..] Non sono gli uomini quelli con cui vorrei fare i conti. Non c’entra neanche il femminismo. La mia è una battaglia civile e umanitaria per avere un diritto: quello di essere protetti quando hai bisogno di uno psicologo e devi pagartelo, quello di non sentirti diverso se vuoi costruirti un futuro. Le chiamano pari opportunità, e allora le chiamo anche io così [..]”.

Fonte: www.vanityfair.it

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