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Omicidio Lidia Macchi: misteri, contraddizioni, silenzi, gli ostacoli alle indagini

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Omicidio Lidia Macchi: Stefano Binda trascorre le sue giornate in carcere leggendo, l’uomo è descritto sereno e pacato, e sostenitore della sua innocenza; intanto le indagini proseguono, tutta la vicenda rimasta nel silenzio per trent’anni ora ruota intorno alla macabra lettera anonima giunta ai famigliari di Lidia Macchi il 9 gennaio 1987.

lidia macchi delitti.net (1)Lettera recapitata proprio il giorno dei funerali, e a quattro giorni di distanza dal delitto.  Il foglio intitolato: “In morte di un’amica”, sottoposto a una perizia calligrafica, pare sarebbe stato scritto da Binda; inoltre uno  psicoterapeuta consulente dell’accusa ha dichiarato che conteneva diversi rimandi al delitto, e nello specifico anche allo stupro. Binda fu sentito come testimone, e in quell’occasione avrebbe “decifrato” con estrema precisione il significato del testo contenuto nella lettera, ma negò e nega ancora oggi di averlo scritto lui. A suo favore c’è l’esame del dna effettuato sulla linguetta della busta della lettera anonima, che risulta non essere di Binda. Quindi Binda l’avrebbe scritta, ma non inviata? Chi imbustò il foglio lasciando il suo dna sulla linguetta?

Tutto il caso è denso di elementi complessi, verità forse non dette, versioni contradditorie, reperti scomparsi e difficoltà di ogni genere per chi sta indagando nuovamente oggi, dopo anni di buio. Stefano Binda si è avvalso della facoltà di non rispondere davanti al magistrato, però non si è opposto al prelievo del dna, sostenendo fermamente di essere innocente.

Lidia Macchi scomparì improvvisamente il 5 gennaio del 1987, in una normale e tranquilla giornata di una ragazza per bene, studentessa e figlia modello. Lidia era andata a trovare un’amica in ospedale a Cittiglio, nei pressi di Varese; un gesto di amicizia che a Lidia è costato la vita, il suo assassino deve averla seguita, o forse già sapeva che Lidia quel giorno sarebbe andata in quella zona; chi può dirlo?

Il suo corpo straziato fu ritrovato due giorni dopo in un boschetto poco lontano dall’ospedale, il cadavere forse era stato rivestito  in fretta, infatti indossava i collant al contrario, 29 coltellate avevano strappato Lidia alla vita, ma prima era stata anche violentata, sul corpo furono trovate tracce biologiche. Testimone muta dello scempio  l’auto della ragazza poco distante, lasciata con lo sportello aperto e il quadro delle spie acceso.

Binda si dichiara innocente, ma ha mentito sul suo alibi; disse che si trovava a Pragelato, in Piemonte, in vacanza con un gruppo di amici, nei giorni in cui Lidia fu uccisa; ma quattro degli amici citati da Binda non ricordano della sua presenza in quel luogo e in quel periodo. Don Giuseppe Sotgiu fu l’unico a sostenere l’alibi di Binda, per poi ritrattare. Binda disse anche di non frequentare Lidia nel periodo precedente alla sua morte, invece la madre della vittima ha rivelato che Stefano Binda frequentava casa Macchi, fu anche invitato a pranzo.

Oggi sulle pagine della cronaca un nuovo colpo di scena, una nuova verità che rende ancora più intricato il caso Macchi: Giorgio Paolillo, 68 anni, ex capo della Squadra mobile di Varese che all’epoca indagò sull’omicidio di Lidia, in un’intervista rilasciata al Corriere della Sera ha parlato delle difficoltà incontrate durante le indagini.

Qui di seguito un breve stralcio dell’intervista: “Non c’erano le investigazioni scientifiche di oggi non si facevano i test del dna, bisognava lavorare alla vecchia maniera e ci trovammo di fronte a tanti silenzi; una lobby depistò le indagini, e la stampa iniziò ad attaccarci… non ci aiutò neppure il sindaco di allora”

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