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NewsOmicidio Loris, Veronica Panarello: “Ho caricato il corpo in auto e ho coperto tutto”

Omicidio Loris, Veronica Panarello: “Ho caricato il corpo in auto e ho coperto tutto”

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veronica panarelloEcco il racconto di Veronica Panarello per la morte del figlio Loris Stival. La confessione integrale della donna è stata pubblicata in esclusiva dal giornale “Giallo” e riportata dal sito Retenews.it

Era il 13 novembre 2015 quando Veronica Panarello ha raccontato davanti agli inquirenti cosa è accaduto quel maledetto giorno in cui il piccolo Loris è stato trovato senza vita: “Ho caricato il corpicino di Loris in auto e l’ho coperto con un giubbotto per paura che i vicini lo vedessero… Dopo averlo occultato nel canalone, sono tornata a casa. Ho preso la fascetta, gli elastici e la cintura e li ho messi nelle tasche del giubbotto, portando in mano le mutandine. Avviandomi verso l’uscita sono inciampata nello zaino di Loris e allora ho preso anche quello. Ho guidato fino a una rotonda. Sono scesa dall’auto e mi sono diretta verso il canneto, dove ho buttato lo zainetto. Ho gettato gli elastici dal finestrino mentre andavo al Castello di Donnafugata per partecipare al corso di cucina. La fascetta, la cintura, le mutandine e il sacchetto della spazzatura che contenevano altre fascette li ho gettati in un cestino. Ho partecipato al corso in stato confusionale”.

Tutto è iniziato quando Veronica si sarebbe accorta che il figlio aveva difficoltà a respirare: “Recatami nella cameretta di Loris, mi sono accorta che il bambino era in piedi, senza pantaloni, senza scarpe e in mutande, ma con il busto chinato in avanti e le mani poggiate sul petto. Ho pensato che avesse difficoltà a respirare per aver ingerito qualcosa che gli era andata di traverso. Di conseguenza, ho cominciato a dargli dei colpi sulla schiena con l’intenzione di fargli espellere il corpo estraneo. Ho anche cercato di infilargli una mano in bocca, ma era serrata. A quel punto il bambino si è accasciato al suolo in posizione supina, e in quel preciso momento ho potuto notare che il collo era cinto da una fascetta dello stesso tipo di quelle che aveva ai polsi, anch’essa ornata dagli stessi elastici colorati che aveva inserito nelle fascette con cui aveva cinto i polsi”.

Ho compreso che il bambino non respirava – continua Veronica – Presa dal panico, ho cercato di allargare la presa che la fascetta esercitava sul collo, ma non sono riuscita a infilare le dita tra il collo e la fascetta perché avevo le unghie lunghe. Quindi, sono andata nello sgabuzzino, dove dalla cassetta degli attrezzi di mio marito ho prelevato un paio di forbici con il manico arancione, non accorgendomi che sulla scrivania della stanza dei bimbi ve ne era una che avrei potuto utilizzare. Pertanto, con la forbice arancione, ho tagliato la fascetta e notando che il bambino non si muoveva ho poggiato la mia guancia sulla sua bocca per udire il respiro. Non sentivo nulla. Così sono corsa nella mia camera per prendere il telefono, ma poi mi sono bloccata e ho incominciato a pensare che non avrei saputo giustificare quanto accaduto. Quindi, avendo notato che le mutandine indossate da Loris erano bagnate, gliele ho tolte e l’ho rivestito infilandogli i jeans che si era tolto e che gli avevo detto di mettere a lavare perché sporchi. Gli ho infilato le scarpe e l’ho preso in braccio sollevandolo per le ascelle. L’ho posizionato a contatto con il mio petto, in posizione verticale. [..] Con il bambino in braccio, sono uscita di casa scendendo per le scale direttamente in garage, dove ho notato che la saracinesca si stava chiudendo. Giunta all’autovettura, con qualche difficoltà ho aperto lo sportello e ho poggiato Loris di fianco, sul sedile posteriore. Ho riabbassato il sedile anteriore, sono uscita e ho chiuso il garage. Uscendo, ho notato che vi era la signora della lavanderia cosicché, preoccupata che potesse vedere Loris, ho coperto il suo corpo con il giubbotto che avevo lasciato in macchina due giorni prima, la cui fodera interna del cappuccio è maculata. Mi sono diretta verso Punta Secca non sapendo dove andare, ed essendo in quel momento combattuta fra il chiedere soccorso per il bambino e il dubbio su come avrei potuto giustificare l’accaduto, ho svoltato a destra imboccando la strada che conduce a Punta Braccetto e ho proseguito per un po’. A un certo punto, senza un motivo, ho deciso di fare inversione di marcia e di tornare indietro, visto che sulla sinistra c’era una piccola discesa”.

La versione dei fatti raccontata da Veronica non ha mai convinto gli inquirenti, che da oltre un anno indagano per scoprire la verità. La confessione della donna poi si conclude: “Al corso di cucina ricordo di aver bevuto dell’acqua e di aver provato una forte nausea. Sono andata in bagno a vomitare. In quella occasione ho dimenticato l’orologio che mi ero tolta per rinfrescarmi il viso. Ho continuato a sentirmi male manifestando anche a una mia compagna di corso e a suo marito il fastidio per il forte odore di ricotta che sentivo. Alle 11.45 ho deciso di andare via. Preciso che durante la mia permanenza al corso ho cominciato a rimuovere il ricordo di ciò che avevo fatto rappresentandomi che, in realtà, avevo lasciato Loris a scuola e che il malessere fosse dovuto a un brutto sogno che avevo fatto”.

Veronica Panarello ha quindi ammesso che il piccolo Loris è morto in casa, ribadendo che il decesso è stato causato da alcune fascette di plastica con le quali il bimbo stava giocando. La donna più volte ha negato di aver ucciso il figlio, morto a causa di fatale incidente domestico, che adesso è diventato il protagonista di indagini e perizie.

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