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Omicidio Ugo Schiano, parla la figlia: “Nessuno ha mai approfondito la morte di mio padre”

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Ugo SchianoDopo 66 anni dalla morte dell’operaio Ugo Schiano, la figlia Siria, ormai 77enne, ha deciso di parlare senza nascondere la sua rabbia. La famiglia vuole la verità sulla morte dell’uomo

Dopo tanti anni dalla morte di Ugo Schiano , Siria ha deciso di non restare più in silenzio: “Avevo 4 anni quando morì mio padre. Ho pochi ricordi di lui, pochissimi. Era un operaio di 25 anni, ucciso in un corteo sindacale dalla polizia di Scelba 66 anni fa esatti. Da allora lo Stato ha lasciato sola la mia famiglia. Non ci ha mai dimostrato solidarietà e non ha mai cercato la verità sulla sua morte, su come andarono le cose quel giorno, quel 16 ottobre del 1948”.

La storia di Ugo Schiano ormai sono in pochi a ricordarla. Operaio della San Giorgio e residente a Pistoia, morì a soli 25 anni. Sposato e con una figlia piccola, Schiano si batteva per migliorare la vita dei poveri lavoratori che ogni giorno rischiavano di essere licenziati. Fu proprio in uno sciopero di solidarietà in favore degli operai della montagna pistoiese che venne ucciso da una pallottola sparata dalla polizia.

Con un colpo alla testa fatale, così se ne andò Ugo Schiano e mai nessuno ha chiesto scusa alla famiglia: “Mai lo Stato ci è stato vicino. Gli operai della Breda ci sono stati vicini, gli amici ci sono stati vicini, non la politica”.

A ricordare l’uomo è solo la città di Pistoia dove ogni anno si mette una corona di fiori nel luogo della sparatoria. A Siria però quei fiori non bastano più: “Il babbo “fu sparato alla testa” dalla polizia di Scelba, poi è stato ucciso un’altra volta: a Pistoia sì, tutti lo ricordano, ma lo Stato non ha mai fatto un gesto verso di me, verso di noi. Né riconoscenza né verità. Se avessero fatto delle ricerche, delle indagini, si sarebbe fatto un regalo a chi è venuto dopo di lui, ai giovani, al Paese. Nessuno ha mai approfondito quella storia. Quando mio padre fu ucciso come familiari non fummo mai messi al corrente di nulla. Il processo fu fatto ma non al poliziotto che sparò, che non abbiamo mai saputo chi fosse: fu processata mia mamma che aveva scritto sulla tomba di suo marito “ucciso dalla polizia”. Alla fine dovette metterci una targhettina per coprirla, quella scritta. Ora si legge benissimo grazie al tempo, la targhettina si è sbiadita, la verità sta scritta lì”.

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