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Rita Dalla Chiesa: “A Roma hanno deciso la morte di mio padre”

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Dalla ChiesaCarlo Alberto Dalla Chiesa, generale dei carabinieri di 59 anni sposato con Emanuela Setti Carraro, era da cinque mesi prefetto di Palermo. Venne ucciso il 3 settembre del 1982 e dopo 32 anni dalla sua morte la figlia Rita Dalla Chiesa si confessa a “ilGiornaleOff”

Carlo Alberto Dalla Chiesa ed Emanuela Setti Carraro furono uccisi con una trentina di proiettili in via Carini a Palermo, a poca distanza dalla loro auto l’agente che li scortava, Domenico Russo, venne affiancato da una moto da cui venne aperto il fuoco.

Nando Dalla Chiesa, figlio del generale, il giorno dei funerali confidò ai giornalisti: “Secondo me l’hanno ucciso perché è stato l’unico prefetto che è venuto qui a parlare di mafia vera, a cercare di farli venir fuori. In questi ultimi giorni forse aveva capito qualcosa in più: ed ecco la fine che ha fatto”.

Grazie alle rivelazioni dei pentiti Francesco Paolo Anzelmo e Calogero Ganci, la giustizia italiana è riuscita a condannare in via definitiva i mandanti di Cosa nostra, i boss Bernardo Provenzano, Michele Greco, Pippo Calò, Bernardo Brusca, Nenè Geraci e Totò Riina. Nel 2002 si condannarono anche alcuni degli esecutori come Antonino Madonia, Vincenzo Galatolo e Giuseppe Lucchese.

Dopo oltre trent’anni dalla strage di via Carini, restano troppi dubbi sui mandanti esterni.

Rita Dalla Chiesa, ex conduttrice di Forum e prima figlia di Carlo Alberto, racconta delle sue perplessità sui retroscena dell’omicidio: “È tutto molto strano. Hanno fatto film su come si sia arrivati al 3 settembre. Io ne farei uno dal 3 settembre in poi, sui tanti misteri che sono rimasti tali: la borsa di mio padre, i documenti spariti, chi è entrato nella prefettura quella sera invece di buttare un lenzuolo su mio padre? Mio padre è morto in una strada molto affollata, eppure un lenzuolo per coprire mio padre ed Emanuela nessuno l’ha buttato dalla finestra. E chi è entrato a Villa Pajno quella sera? Cos’ha preso? Dov’era la chiave della cassaforte? Nella cassaforte abbiamo trovato una scatola vuota, c’erano i gioielli di Emanuela, ma non i documenti di mio padre. La scrivania di mio padre era sempre piena di carte, scartoffie. Quella sera non c’era un foglio, era perfettamente pulita. Quando mio zio, fratello di mio padre, disse al procuratore “dovete farci capire cosa sia successo” lui gli rispose “non mi gioco di certo le ferie per questo omicidio”.

Poi arriva l’accusa: “Tutta colpa di Roma. Tutti mi dicono continui ad andare a Palermo, ad amarla. Certo, io non dovrei vivere a Roma, dove è stato deciso il tutto! Non a Palermo, dove sono solo state armate le mani. Sono sempre più convinta che la mafia abbia ucciso mio padre su commissione Politica”.

(Fonte intervista di Gabriele Lazzaro per ilGiornaleOff)

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