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DossierStati Uniti: la storia di Rubin Carter detto Hurricane
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Stati Uniti: la storia di Rubin Carter detto Hurricane

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Due uomini di colore entrarono di notte nel bar Lafayette uccidendo tre persone. Fuggirono a bordo di un’automobile bianca ritrovata a pochi isolati di distanza. Gli agenti accertarono che il proprietario era il pugile di colore Rubin Carter, detto Hurricane. L’uomo venne arrestato insieme ad un suo amico. Per i testimoni non furono loro a sparare e molti dichiararono di di averlo incontrato in un altro locale. Dopo diciannove anni tornò in libertà.

rubin carterNel ritornello della sua famosissima ballata del 1975 Bob Dylan cantava: «Ecco la storia di Hurricane, l’uomo che le autorità incolparono per qualcosa che non aveva mai fatto. E lo misero in prigione ma sarebbe potuto diventare il campione del mondo». La canzone era dedicata a Rubin Carter, conosciuto anche con il soprannome di “Hurricane” per la forza dei suoi pugni., che venne condannato all’ergastolo per aver compiuto tre omicidi.

Rubin nacque a Paterson nel 1936 ed era la pecora nera della famiglia. A 14 anni venne arrestato per furto e aggressione ma riuscì a fuggire dal riformatorio e tre anni dopo si arruolò nell’esercito. A causa del suo comportamento rissoso venne ammonito ed espulso. Svanito il sogno della carriera militare tornò in America e scontò 4 anni di prigione per aver commesso una rapina. Tra le mura della cella si appassionò alla boxe e quando tornò in libertà iniziò a gareggiare nella categoria pesi medi. Chiunque lo sfidasse finiva ko e, pugno dopo pungo, entrò nella classifica dei dieci migliori boxer del mondo.

Il 17 Giugno 1966 alle due e mezza di notte, due uomini di colore entrano nel bar Lafayette di Paterson armati di fucile e aprono il fuoco uccidendo il barista James Oliver, due clienti Bob Nauyoks ed Hezel Tanis. Un avventore rimane gravemente ferito. La polizia viene avvertita da un criminale locale, Alfred Bello, che stava scassinando un ufficio nei pressi del bar. Oltre a lui vi sono due testimoni: Patty Valentine Graham che ha visto due uomini di colore fuggire a bordo dell’auto bianca e Ronald Ruggiero che ha notato Bello scappare via poco dopo.

Circa mezz’ora dopo la polizia ritrova l’auto in un parcheggio. La descrizione corrisponde a quella fornita dai testimoni e dopo i primi controlli si scopre che il proprietario era proprio Rubin Carter. I tratti somatici dell’uomo non corrispondono a quelli dei killer in fuga eppure la polizia sospetta di lui e dell’amico John Artis perché trovano l’arma del delitto. I due vengono sottoposti alla macchina della verità secondo cui sono colpevoli. Tuttavia lo strumento non viene considerato affidaboile e vengono rilasciati. Le indagini vengono condotte in maniera superficiale: mancano le impronte digitali sulla scena del delitto, non viene eseguito il test della paraffina.

Sette mesi dopo, il criminale Alfred Bello raccontò che la sera del 17 Giugno del 1966 era con Arthur Dexter Bradley e che gli assassini in fuga erano proprio John e Rubin. Gli uomini vennero arrestati e processati. Per i testimoni non sono loro i colpevoli e Wille Marins che ha perso un occhio nell’agguato non li riconosce. Gli imputati vengono condannati in assenza di prove. Per la corte è sufficiente l’accusa di Bello, ignorando il fatto che l’intento dell’uomo era di far chiudere un occhio alla polizia sui suoi furti. I poliziotti erano dei razzisti e volevano dare una lezione alla comunità di colore di Paterson.

Rubin Carter viene rinchiuso nel penitenziario di Stato e rifiuta le regole imposte dal regime carcerario e l’uniforme. Nel 1974 scrive la sua autobiografia e ne spedisce una copia a Bob Dylan. Il cantautore si convince dell’innocenza dell’uomo e scrive quella ballata con cui abbiamo aperto l’articolo che ha scalato tutte le classifiche musicali mondiali. Bob Dylan decide di organizzare un concerto per raccogliere i fondi necessari alla difesa legale dell’uomo, e sul palco interviene anche il pugile Muhammad Alì.

Grazie al successo mediatico della vicenda, Bello ritratta la sua accusa. Inoltre il legale di Carter rintraccia il testo di un interrogatorio in cui si legge una versione diversa dei fatti. Il giudice Larner non vuole rifare il processo, ma la Corte Suprema nel 1976 ha tutti gli elementi necessari per riaprire il caso. Tutta la storia del processo-farsa è stata raccontata anche in un film “Hurricane – il grido dell’innocenza” del 1999. Denzel Washington prestò il suo volto per interpretare il pugile Rubin Carter.

Solo nel 1985 la Corte Federale di Washington ha riconosciuto che i condannati non erano stati sottoposti ad un processo equo e che l’accusa era deviata da motivazioni razziali. Inoltre la polizia aveva tenuto nascoste le prove. I due processi precedenti vennero annullati ma non se ne fece uno nuovo perché erano passati ormai molti anni. John Artis godeva della semilibertà dal 1981 ma nel 1986 tornò in prigione per spaccio di cocaina e ricettazione. Rubin Carter non avendo mai tenuto una buona condotta non era mai uscito dal penitenziario in diciannove anni di reclusione. E’ morto lo scorso anno.

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