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Terremoto nel Lazio, il giorno dopo: le storie e le testimonianze

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Il giorno dopo il terremoto che ha colpito il centro Italia sono decine le storie, come accade sempre in questi casi. Alcune sono tristi, altre a lieto fine. Le testimonianze di chi è salvato e di chi ha visto il terrore negli occhi della gente.

Amatrice - Foto Ansa

Amatrice – Foto Ansa

Marco è vivo per miracolo, la sua è una delle prime storie dei sopravvissuti al terremoto che ha colpito il centro Italia ieri notte e che ha avuto come epicentro Amatrice. La sua casa era nel centro storico, in un attimo ha visto crollare tutto. Era già sveglio perché è un operatore ecologico. La prima scossa è stata quella più forte, poi ne sono seguite delle altre di minore intensità ma così forti da buttare giù quello che rimaneva delle case del borgo.

Un altro testimone invece ha raccontato che lui era a Configno, una delle frazioni di Amatrice, la sua famiglia è stata svegliata dal rumore dei mobili che cadevano e dai muri che si spostavano, sono corsi per strada dove si sono ritrovati tutti, alcuni indossavano solo gli indumenti intimi e hanno acceso un fuoco perché faceva freddo e perché era tutto buio ancora. Nelle abitazioni non ancora crollate c’erano degli anziani che sono stati tirati fuori. Queste zone in estate si rianimano perché sono molti i turisti che scelgono località amene sugli appennini, stranieri e amanti del buon cibo, perché Amatrice è il luogo dove è nato uno dei piatti simbolo della tradizione culinaria italiana e proprio nel fine settimana ci sarebbe stata una sagra dedicata all’amatriciana.

Tra le storie del terremoto del 24 agosto 2016 molte hanno come protagonisti i bambini. Stefano aveva solo 8 mesi, dormiva beatamente e non si è accorto di nulla. Anche i genitori Andrea e Graziella, e il fratellino di 8 anni sono morti. La casa della famiglia Tuccio aveva il solaio fasciato in acciaio ma è stata schiacciata dal campanile della chiesa di Accumoli che era stato ristrutturato di recente, ma evidentemente non ha retto alla scossa. Marisol invece aveva 18 mesi, la sua mamma nel 2009 era scampata al terremoto dell’Aquila e si era trasferita ad Ascoli, è ricoverata in ospedale e nessuno ha il coraggio di dirle che la sua piccola non ce l’ha fatta. La famiglia era in vacanza ad Arquata del Tronto.

Uno dei Vigili del Fuoco, stremato non tanto dalla fatica ma con il cuore straziato dal dolore, ha alzato gli occhi al cielo e ha detto: «Sapete quanto ci vuole a costruire una bella famiglia?». Lo scrive una giornalista di Vanity Fair che si trova insieme a tanti colleghi nei luoghi del terremoto, perché tragedie come questa devono essere raccontate, non certo per quel voyeurismo del dolore a cui ci hanno abituati i salotti televisivi. I terremoti sono imprevedibili, non sono come le previsioni del tempo, ma la storia della nostra nazione è “sismica”. Perché non c’è prevenzione? No, non è arrivato il momento della polemica perché mentre noi scriviamo, questa notte gli sfollati battevano i denti per il freddo, c’era chi cercava i famigliari ancora dispersi. E la corsa contro il tempo si arresta, anche se la speranza è l’ultima a morire e si spera in altri miracoli.

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