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Veronica Panarello: profilo psicologico della madre di Andrea Loris Stival

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La morte del piccolo Loris ha scosso tutta l’Italia, tanto quanto il fermo (convalidato) di mamma Veronica Panarello giunto lunedì sera dopo sei ore di interrogatorio, il terzo in una settimana. Tanti gli indizi, troppi gli sforzi per giungere ad una verità che, malgrado il riscontro, è di terribile conclusione

veronica-panarellodi Immacolata Corso

Andrea Loris Stival è morto per asfissia da strangolamento a mezzo di una fascetta da elettricista, la stessa che è stata usata ai polsi del bambino, ancora vivo, per tenerlo fermo. Diversi i segni delle ferite, forse perché tentava di difendersi, riportate sul corpicino. Segni che potranno rivelare molti più indizi circa l’assassino.

Dall’autopsia infatti sarebbero emerse tracce del DNA sotto le unghie della vittima. Ma si attendono ancora giorni per i risultati dei prelievi effettuati dalla scientifica. Intanto, non è stato facile per gli inquirenti ricostruire quella mattina di sabato 29 novembre. La storia del ritrovamento, le indagini, i riscontri incongruenti dei verbali, il report delle telecamere sono tutti momenti di cui si è parlato assiduamente.

Veronica Panarello dovrà rispondere delle accuse di omicidio aggravato ed occultamento del cadavere. Al momento il fermo resta da confermare ma la donna si avvale della facoltà di non rispondere.

Ma cosa ha spinto Veronica ad uccidere suo figlio?

Profilo Psicologico di Veronica Panarello

“Una mamma speciale” – come afferma ai cronisti il marito Davide – o “la forestiera” – come la nominavano alcune donne di paese? Non importa, Veronica è pur sempre mamma. Una mamma dalla fragilità psicologica come dimostra la sua storia da adolescente prima e di mamma dopo. Una storia di vita che ha dell’incredibile, ma che non appare nuova.

Veronica Panarello ha scoperto a soli 14 anni di non essere figlia di quel padre che l’ha, sino a quel momento, cresciuta. Da lì, un rapporto burrascoso con la madre che, oltre a negare il fatto per molti anni, non l’avrebbe mai accettata come figlia perché nata da un rapporto occasionale. La stessa madre che però ha avuto altre quattro figli con due uomini differenti. A soli 17 anni resta incinta e nel 2006 nasce Andrea Loris Stival. Dopo cinque anni, Veronica aspetta il secondo bambino, quello accompagnato alla ludoteca la mattina in cui Loris è stato ucciso. Davide, il marito, l’uomo di casa che deve portare avanti la famiglia, è spesso assente perché autotrasportatore. Una componente da non sottovalutare nella vita di una donna dall’adolescenza traumatica e altalenante. Tuttavia, Veronica, che ha compiuto 26 anni proprio un mese prima del delitto di suo figlio, è sempre rimasta sola.

veronica7Il primo tentativo di suicidio lo compie poco dopo la scoperta di non essere figlia di chi chiamava “papà”. Ha solo 14 anni Veronica quando tenta di bere della candeggina per mettere fine alla sua esistenza. Si salva. Ma non si arrende. È troppo forte il suo dolore a quella corsa verso un padre che di Veronica non avrebbe voluto assumersi le responsabilità. Veronica ci riprova. Vuole sconfiggere se stessa ed attua un secondo tentativo di suicidio. Lo fa con un fascetta di plastica, dello stesso tipo con cui Loris sarebbe stato legato ai polsi e poi strangolato; le stesse con cui Veronica ha provato a depistare le indagini, consegnandone un mazzetto alle maestre del piccolo Loris, prima che dall’autopsia venisse accertata l’arma del delitto. Ma Veronica non riesce nel suo tentativo neanche questa volta. Dentro sè c’è l’occultamento di un trauma d’infanzia, maturato nel tempo e non elaborato negli anni.

Lo stesso dramma riportato in famiglia. Insomma, comportamenti e sintomi dissociativi e slegati dalla sfera della consapevolezza, annidati nella “memoria implicita” che potrebbero risultare le conseguenze di chi, come Veronica, è stata vittima di maltrattamenti psicologici, che tendono a reazioni automatiche, quasi a difendersi da una realtà che non si è soliti a scegliere.

Veronica quella realtà non l’ha scelta. Ha combattuto e purtroppo non ne è uscita vittoriosa. Una personalità che doveva essere seguita, aiutata, curata perché quei flashback non l’avessero introdotta lontanamente ad un pensiero dai ricordi intrusivi, tipici della depersonalizzazione.

È evidente, dunque, di come Veronica sia arrivata ad uccidere se stessa. Trova la forza, molto probabilmente incosciente dell’azione e del gesto. Cancella tutto e si dichiara innocente. Cerca suo figlio fuori da quelle mura dove è stata ripetutamente interrogata. Secondo gli inquirenti, è proprio Veronica che uccide suo figlio, un bambino innocente di soli otto anni, frutto di un amore come quello di Veronica e Davide, costretto ha pagare il conto della fragilità psicologica di quella mamma cresciuta troppo in fretta. Un destino segnato quello di Veronica Panarello.

Ma non è giunto a termine il ragionamento che ruota attorno all’omicidio del bambino. Perché Veronica, oltre che mentire – non potrebbe fare altrimenti, come è desumibile da un profilo psicologico -, avrebbe tentato di depistare le indagini? Credendo che gli investigatori avrebbero ipotizzato un rapimento per pedofilia: (Loris non indossava) quelle mutandine blu davanti scuola e quel grembiule con cui invece è stato ritrovato il corpicino sono segni di un depistamento delle indagini che non è da sottovalutare nella ricostruzione del disagio psicologico di Veronica.

È chiaro che i tabulati telefonici, le registrazioni video, i racconti messi a verbale restano il risultato di un lavoro pesante ma di un indagine giunta al capolinea e si attendono ancora i riscontri dei presunti abusi sessuali sul bambino che potrebbero rilevare nuovi drammatici scenari.

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