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NewsVicini violenti: morire per un posto auto conteso

Vicini violenti: morire per un posto auto conteso

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A cura di Pierpaolo De Pasquale

Dietro questa incredibile storia ce ne sono altre di storie, o meglio di drammi, ci sono storie di vita, di relazioni incapaci di gettare ponti per il dialogo e la comprensione, di delusioni incancellabili, di ferite sempre aperte all’autostima

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Relazioni si è  detto, in cui la pazienza, il buon senso, la solidarietà vengono scavalcati dall’insofferenza, dall’intransigenza, cedendo il passo a una serie di comportamenti inconciliabili. Perché il soggetto ha scelto quella modalità? Perché ha agito in quel preciso istante? Perché non ha per nulla considerato i rischi ai quali andava incontro?
Il soggetto al centro di questi interrogativi e’ Vincenzo Caputo, che spara con una pistola calibro 7,65 Browning, detenuta illegalmente, ma non è lui che sceglie la vittima, lui non ha un preciso piano criminale, è il destino che distrugge per lui.

A Licignano di Napoli, hinterland del capoluogo partenopeo, è  una calda sera di luglio, manca mezz’ora alla mezzanotte e Carmela Scamaccia è in casa. Di sotto si odono delle grida che provengono dal cortile, una decina di condòmini per poco non arriva alle mani per un posto auto conteso. La presenza di alcuni parenti di Carmela  la obbligano ad affacciarsi al balcone. E proprio davanti agli occhi della curiosa e preoccupata diciannovenne gli insulti diventano violenza pura, e scoppia una rissa. Sono una decina le persone si contendono quella maledetta area di sosta condominiale. La tragedia prende sempre più forma. Carmela nota che alcuni suoi familiari sono coinvolti nella bagarre e si sporge ancora di più.  Ma Caputo, trentunenne sposato e padre di due figli,  vuole che vengano rispettati i suoi diritti e, avendo ormai tutti i condòmini contro, estrae dalla tasca la Beretta.  Spara in aria nel tentativo, mal riuscito, di intimidire i presenti. Due i colpi, proiettili impazziti che carambolano tra i palazzi del piccolo quartiere, il primo termina la corsa nel cemento del balcone, il secondo colpisce il labbro superiore di Carmela, fino a penetrare nel cranio. Il destino ha scelto Caputo come l’assassino e Carmela come la vittima.  La ragazza arriva in ospedale già morta, mentre  il carnefice nel frattempo si è dato alla fuga con moglie e bambini. Trascorrono ventiquattro ore e Caputo decide di costituirsi.

Condividere uno spazio è diventato maledettamente difficile. Futili motivi possono sfociare in odii incontrollabili: l’abbaiare di un cane, il pianto di un neonato, un pianoforte che suona, l’andirivieni opprimente di tacchi sul proprio soffitto, sono lì come martellanti ossessioni pronte a scatenare un’aggressività dagli esiti molto spesso irreparabili.. E in queste situazioni di conflitti a lungo covati,  il sentirsi umiliati e invasi dalle abitudini dell’Altro che privano il tempo e lo spazio, esigono un risarcimento attraverso il passaggio all’atto, inesorabile. Solo che  in questa tragica storia la vittima non svolge la funzione di “vittima attiva”. Qui l’agito criminale di Caputo è cieco, non ha uno schema ma è  la reazione di un bisogno frustrato di controllo, esigenza di dominio e di risarcimento. Aggressività correlata con odio e tentativo di prevaricazione. Distruttivita’  correlata a fattori esterni al sistema individuale-psicologico, come il consolidamento di una cultura violenta, sadica, dove vige la legge del più forte, che elide ogni forma di solidarietà e di tolleranza. Vincenzo Caputo appartiene alla cosiddetta delinquenza colposa, quella cioè dove il fatto criminoso non è voluto ma è la causa di “ imperizia o imprudenza, vale a dire di inosservanza di leggi, ordini e disciplina” (art.43 c.p.). Ma non tutti i reati colposi sono mere accidentalità come nella storia che qui vi presentiamo. Vi entrano a farne parte l’abuso di droghe e alcol, la trascuratezza e l’irresponsabilità sociale, o le sfide al buonsenso attraverso disastrose ostentazioni di coraggio, di prove di forza. Come quella di impugnare un’arma per futili motivi, fino ad uccidere per un posto auto conteso.

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