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Vittime di mafia: Marcella Di Levrano uccisa a colpi di pietra perché voleva uscire dal giro e proteggere sua figlia

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Marcella Di Levrano è una vittima di mafia. Il 5 aprile del 1990 venne ritrovata con il volto sfigurato in un bosco tra le campagne di Brindisi e Mesagne. Finita nel giro della droga voleva uscirne per proteggere la sua bambina ma nessuno ha mai saputo chi l’ha uccisa brutalmente. I malavitosi non hanno mai fornito i dettagli per incastrare l’assassino, ma solo un racconto quasi “sottovoce”.

Marcella Di LevranoMarcella Di Levrano, prima di morire, guardò il suo assassino e disse: «Non fa niente per me, ma ti prego, dopo pensa alla mia bambina». La storia di questa giovane ragazza è una di quelle che fa rabbrividire, raccontata da SenzaColonne (quotidiano online del brindisino) qualche anno fa, è un cold case, uno dei pochi nodi non ancora sciolti della Sacra Corona Unita, la mafia che ha sparso sangue nel Salento tra gli anni ’80-90. Marcella Di Levrano voleva uscire dal giro della droga, ma conosceva molti segreti, quindi era una persona scomoda e come tale doveva essere eliminata. I vari pentiti che nel corso degli anni hanno collaborato con la giustizia non hanno mai fornito dettagli utili per incastrare l’assassino di Marcella Di Levrano. Per qualche tempo le attenzioni degli inquirenti si sono concentrati su un nome che circolava con molta insistenza negli ambienti malavitosi ma non vi sono riscontri e la giovane non avrà mai giustizia.

Marcella Di Levrano aveva due sorelle. Nel 1968 la madre decise di lasciare il marito violento per proteggerle e farle crescere in un ambiente sano, si stabilì a Torchiarolo e iniziò a lavorare in fabbrica. Marcella però restava spesso con i nonni, a Mesagne, ma quando lo zio morì per un incidente stradale vennero interrotti i rapporti e le quattro donne si trasferirono a Brindisi. La travagliata storia di Marcella Di Levrano inizia a 15 anni, in un convegno che si è tenuto a Bari due anni fa la madre Marisa ha raccontato: «Andava al Magistrale e un giorno non tornò a casa. La cercammo dappertutto e quando la trovammo non era più lei». La donna ha iniziato a portare la sua storia in giro per l’Italia e non è ancora arrivata a Mesagne, Marisa non se la sente ancora, così come ha riportato SenzaColonne. In breve tempo inizia l’incubo fatto di corse in ospedale e lavande gastriche, Marisa chiese anche aiuto ai carabinieri di Torchiarolo dopo che un uomo con “una faccia terribile” piombò in casa sua, un affiliato alla Sacra Corona Unita, ma le consigliarono di lasciar perdere.

Quando Marcella Di Levrano scoprì di essere incinta, decise di tenere il bambino, anche se il suo ragazzo non voleva. La nascita di Sara per un po’ di tempo cambiò la vita di Marcella, poi tentò di avvicinarsi al padre della bambina e venne rifiutata, così riprese a drogarsi. Nel frattempo la madre trovò lavoro a Padova e propose a Marcella di trasferirsi ma rimase nel suo mondo fatto di gente pericolosa, tanto che i servizi sociali diedero in affidamento Sara alla sorella maggiore. Nel 1989 c’era in corso una guerra sanguinosa: «Mamma, qua si stanno ammazzando tra loro ma io non c’entro niente. Vado in comunità a disintossicarmi e mi riprendo Sara». Marcella Di Levrano aveva deciso di collaborare iniziando a raccontare quello che sapeva ma nessuno la proteggeva, è stata lasciata da sola. Persino in caserma, quando i parenti ne denunciarono la scomparsa l’8 marzo del 1990 dissero: «Non vi preoccupate, tanto poi tornano». Marcella Di Levrano aveva lasciato a casa i documenti e la sua agenda in cui raccontava tutto.

Il magistrato titolare delle indagini disse a Marisa che l’avrebbe richiamata, ma attende ancora che qualcuno le dica chi ha ucciso sua figlia.

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