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NewsVenti anni in carcere per una parola fraintesa: la storia di Angelo, condannato da innocente

Venti anni in carcere per una parola fraintesa: la storia di Angelo, condannato da innocente

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Venti anni in carcere per un omicidio che non aveva commesso: questa è la storia di Angelo Massaro di Fragagnano, vittima di mala giustizia

E’ entrato in cella a 31 anni per poi essere liberato a 51 anni, dopo essere stato dietro le sbarre per 20 anni a causa di una condanna sbagliata. Ad incastrare ingiustamente Angelo Massaro fu una intercettazione male interpretata dagli esperti.

Un lavoro investigativo sbagliato ha portato ad errori che non si possono facilmente perdonare. Massaro era stato condannato a 30 anni di reclusione per l’omicidio, mai commesso, di Lorenzo Fersurella, ucciso nel 1995. L’uomo venne dunque accusato di omicidio e occultamento di cadavere, ma soltanto quando la Corte di Cassazione ha accolto la richiesta di revisione del processo dell’avvocato difensore Salvatore Maggio si è scoperta la verità.

Fortunatamente l’avvocato è riuscito a dimostrare che Angelo Massaro in tutta quella vicenda non c’entrava un bel niente: “Il mio assistito – ha dichiarato all’Ansa l’avvocato Maggio – mi ha chiamato da Catanzaro e si sente un po’ spaesato. Non è facile dopo 21 anni sempre in una cella vedere le macchine, il bar, la strada. Il mondo è cambiato. Gli gira la testa, ha paura. E’ veramente spaesato. Faceva i colloqui con i familiari ogni 15 giorni. Penso che tornerà a Fragagnano. I suoi figli ora sono maggiorenni. Quando fu arrestato, il suo secondogenito aveva appena 45 giorni”.

“Finalmente – continua l’avvocato – è emersa una verità, che poi è sempre la verità processuale che vorremmo tutti coincidesse con quella vera. Posso dire con amarezza che c’è una persona che non ha commesso il grave reato per il quale era stato condannato e che solo dopo 21 anni lascia le patrie galere. La giustizia è fatta da uomini e come tali possono sbagliare tutti”.

Ma qual è stata l’intercettazione interpretata male? A spiegarlo è ancora l’avvocato: “A una settimana dall’omicidio, colloquiando con la moglie aveva detto, in dialetto, ‘tengo stu muert’, ma in realtà voleva intendere ‘muers’, cioè un materiale ingombrante attaccato al gancio di un’autovettura e che stava trainando. Poi ho trovato un certificato da cui risultava che il mio assistito si trovava al Sert quando sparì Fersurella. Insomma, tutta una serie di elementi che non erano stati presi in considerazione. Sono contento per essere riuscito a dimostrare l’innocenza di una persona ed è una grande soddisfazione per lui, per la sua famiglia e per quello che è stato fatto”.

Da: Altroquotidiano.it

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