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Casi riaperti e risolti grazie al Dna: dal delitto dell’Olgiata a quello di Simonetta Cesaroni e dei Carretta

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In questi giorni è tornato di grande attualità il tema del Dna e della sua importanza nelle indagini. Spesso alcuni casi sono stati riaperti, altri cold case addirittura risolti. Scopriamo insieme quali sono.

Sono passati 9 anni dal delitto di Garlasco e oggi si prospetta uno scenario inedito. I legali di Alberto Stasi, condannato a 16 anni per l’omicidio della fidanzata Chiara Poggi, hanno parlato di una nuova perizia sul Dna trovato sotto le unghie della vittima che potrebbe ribaltare la sentenza. Appartiene ad un giovane, ma è ancora troppo presto per capire cosa succederà. Oggi abbiamo deciso di parlarvi di altri tre casi in cui il Dna ha dato una svolta: il delitto dell’Olgiata, quello di Via Poma e infine quello dei Carretta.

Delitto dell’Olgiata

Era il 10 luglio 1992 quando la contessa Alberica Filo della Torre venne trovata morta nella sua villa avvolta in un candido lenzuolo dove non c’era traccia di sangue. Mancavano alcuni gioielli dalla stanza da letto, la contessa era stata prima stordita con un colpo di zoccolo alla testa e poi strangolata. In casa oltre ai figli c’erano la babysitter, domestici e operai che preparavano la grande festa per l’anniversario di matrimonio con Piero Mattei. Tante le piste seguite, una di queste scagionò il domestico filippino Manuel Winston Reves. Dopo 20 anni con le nuove tecniche investigative vennero analizzate le tracce genetiche rinvenute sul lenzuolo incastrando il domestico, il primo aprile del 2011 arrivò anche la confessione, era stato cacciato e aveva bisogno di soldi. Per espiare la colpa ha chiamato la figlia Alberica. È stato condannato a 16 anni in primo e secondo grado.

Cold case Simonetta Cesaroni

Simonetta Cesaroni è stata uccisa il 7 agosto 1990 con 29 coltellate nell’ufficio dove lavorava come segretaria per due giorni a settimana, in Via Poma. Il suo corpo era riverso per terra senza pantaloni e slip, il reggiseno slacciato e il top messo sulle ferite. Il capezzolo presentava un segno, simile ad un morto. Anche in questo caso sono tanti i sospettati, nel 2007 si scopre che il Dna era di Raniero Brusco, il fidanzato. Il suo alibi di ferro vacilla e nel 2011 è stato condannato a 24 anni in primo grado, ma in appello e in cassazione è stato assolto. Ancora oggi è un cold case.

La scomparsa dei Carretta

Il 4 agosto 1989 si perdono le tracce dei Carretta a Parma. Giuseppe, Marta e i figli Nicola e Ferdinando erano in vacanza con il camper. Tutti sospettano che si siano trasferiti altrove, ma qualche mese dopo viene trovato il mezzo su cui viaggiavano. Nel 1998 arriva finalmente la svolta, a Londra un uomo viene fermato da un poliziotto per una multa, era proprio Ferdinando Carretta. Dopo circa otto giorni assediato dai rimorsi confessa tutto a Chi l’ha visto, odiava il padre, voleva uccidere solo lui, ma è stato costretto ad eliminare anche la madre e il fratello. La famiglia non era mai partita, il camper era stato portato a Milano per depistare le indagini, i corpi non sono mai stati ritrovati perché gettati in una discarica. Nel 1999 i Ris di Luciano Garofano analizzano le tracce nella casa confermando il racconto. Carretta è stato processato e assolto perché incapace di intendere e di volere, dal 2015 è un uomo libero. Vive a Forlì.

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