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Nigeriano ucciso a Fermo. Mancini resta in carcere: respinta richiesta di scarcerazione

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Amedeo ManciniE’ stata respinta la richiesta di scarcerazione di Amedeo Mancini, l’ultrà 39enne di Fermo, accusato di omicidio preterintenzionale aggravato dal razzismo. L’uomo, nonostante le forti accuse, continua a dichiararsi innocente

E’ passato poco più di un mese dalla morte del profugo nigeriano Emmanuel Chidi Nnamdi, morto dopo aver ricevuto da Amedeo Mancini un pugno mortale. Secondo quando emerso dalle indagini, tra i due scoppiò una violenta aggressione dopo che il 39enne aveva etichettato Nnamdi e la moglie “scimmie africane”.

Il violento pestaggio venne messo a tacere proprio da quel pugno sferrato con estrema forza da Amedeo Mancini che fece cadere a terra il profugo, facendogli battere fatalmente la testa sul marciapiedi.

L’ultrà continua però a ribadire la sua innocenza, dichiarando di essere rimasto sorpreso da quella richiesta di scarcerazione respinta dai giudici del Riesame: “Non capisco… Eppure i testimoni, ancora prima di me, hanno raccontato come sono andate le cose. In tanti hanno visto: erano tutti a due passi da noi, lì sul Belvedere. E hanno riportato ogni dettaglio alla polizia. Per questo credevo che il Tribunale mi rimandasse a casa. Devo rimanere qui, invece. Come si dice, avvocato? Devo rimanere in attesa di giudizio? E allora, se è così, spero solo di venire giudicato per quel che è successo veramente quel pomeriggio e non per quello che è stato detto e scritto“.

Mancini ripete ancora una volta di non essere razzista: Io non sono razzista. Non è vero che odio i neri. Forse ho un carattere irruento, può essere. Sono addolorato e pentito per quel che è accaduto. Mi rendo conto di avere tolto la vita a un uomo e di avere rovinato quella di sua moglie, ma non volevo questo. Vorrei che lei sapesse che anche la mia vita, adesso, è rovinata. [..] Quand’ero fuori di prigione e dividevo il tempo libero con un amico somalo, ci vedevamo tutte le sere al bar per giocare a ramino”.

Nei giorni scorsi, in aula, il 39enne ha ribadito che quel maledetto 5 luglio fu la moglie della vittima a colpire per prima: “Lo dica avvocato, lo spieghi bene per favore ai signori giudici che è stata Chinyere a colpire per prima, lo dica che mi ha dato anche un morso. È lei che mi ha aggredito per prima”.

Nonostante tutto, Mancini è pronto a chiedere perdono: “Io chiedo perdono per quello che ho fatto. E quello che adesso posso fare è metterle a disposizione la mia azienda agricola, la mia casa e tutto quello che ho”.

A lanciare le prime accuse contro Mancini di aggressione razzista fu don Vinicio Albanesi, il prete della comunità di Capodarco che ospitava Emmanuel e la moglie. Tutti in un primo momento appoggiarono le sue accuse, senza però sapere come andarono realmente i fatti.

Fonte: liberoquotidiano.it

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